Quando il confronto diventa una bussola, rischiamo di perdere proprio la direzione che stavamo cercando.
«Non so cosa fare» non è un problema. Smettere di provare per paura del confronto, forse sì.
«Non so cosa fare.» È una frase estremamente comune, soprattutto quando sei giovane, e non c’è niente di allarmante nel pronunciarla: fa parte del percorso, non è un sintomo di qualcosa che non va. Il problema comincia dopo, in un passaggio quasi automatico che facciamo tutti: invece di usare quel dubbio come punto di partenza per esplorare, proviamo a risolverlo nel modo più veloce possibile, ovvero guardando cosa fanno gli altri. Quale scuola ha scelto lui? Che lavoro vuole fare lei? Chi sta già guadagnando qualcosa? Chi sembra avere già trovato la sua strada, il suo talento, il suo posto? Sono domande legittime, ma diventano pericolose nel momento esatto in cui smettono di essere una fonte di informazioni e cominciano a diventare una misura del nostro valore.
Confrontarsi per capire, non per giudicarsi
Il confronto in sé non è un nemico: ci permette di conoscere possibilità che non avevamo considerato, di scoprire lavori che non sapevamo nemmeno esistessero, di capire come funziona davvero un percorso che da fuori sembrava misterioso. Diventa un problema quando smettiamo di utilizzare gli altri come una mappa di possibilità e iniziamo a utilizzarli come un righello con cui misurare la nostra vita — e più il righello è quello sbagliato, più la misura che ne esce fa male senza motivo.
Il risultato senza il percorso
Online questo meccanismo diventa incredibilmente potente, perché in pochi minuti di scorrimento possiamo vedere decine di persone della nostra età che sembrano avere già trovato una strada, un talento, un pubblico, perfino un reddito. Il problema è che ci confrontiamo con il risultato senza avere accesso al percorso che lo ha reso possibile: non vediamo i tentativi falliti, i mesi di apprendimento invisibile, gli errori corretti in privato prima che qualcosa diventasse pubblico e presentabile. E così il nostro dubbio, che poteva trasformarsi in curiosità — «come ha fatto? cosa posso imparare da questo?» — si trasforma invece in una sensazione molto più pesante: la sensazione di essere in ritardo.
A quindici anni non sei in ritardo
Ma a quindici, sedici o diciassette anni non sei affatto in ritardo se ancora non sai cosa farai della tua vita. Sei semplicemente in una fase in cui dovresti poter provare, sbagliare, cambiare idea più volte e raccogliere informazioni su di te senza la pressione di dover già avere una risposta definitiva. Il vero problema non è non avere una direzione precisa: è non fare nessuna esperienza concreta perché hai paura che la tua scelta, qualunque essa sia, risulti meno interessante o meno brillante di quella di qualcun altro.
Quando il confronto ti spinge verso il gruppo
Il confronto può produrre anche un effetto opposto e altrettanto insidioso: farci scegliere qualcosa non perché ci interessa davvero, ma perché ci permette di restare comodamente dentro un gruppo. A volte è molto più facile seguire una strada già conosciuta e approvata da tutti che ammettere, davanti agli amici, di essere incuriositi da qualcosa che nessuno di loro capisce o considera interessante. E allora scegliamo per somiglianza invece che per interesse, e chiamiamo quella scelta «decisione», quando in realtà è soprattutto una forma di conformità.
Un po’ di solitudine mentale
Orientarsi richiede anche una certa capacità di stare da soli con i propri pensieri — non isolamento, ma la capacità di spegnere per un momento il rumore costante del confronto e ascoltare davvero le proprie reazioni: cosa mi ha colpito? Cosa mi ha annoiato? Dove sono rimasto più concentrato senza accorgermene? Sono domande che non si possono fare mentre si scorre il profilo di qualcun altro.
La sfida dei sette giorni
Per i prossimi sette giorni prova a non inseguire il futuro degli altri.
Non ti chiediamo di smettere di usare i social, né di ignorare i tuoi amici: ti chiediamo semplicemente che, ogni volta che il confronto ti fa pensare «dovrei essere più avanti», tu sostituisca quel pensiero con una domanda diversa: «quale esperienza posso fare io, oggi, per conoscermi un po’ meglio?». P
otrebbe essere parlare con qualcuno che svolge un lavoro che ti incuriosisce, provare un software nuovo, disegnare, costruire qualcosa con le mani, scrivere, partecipare a un laboratorio, visitare una scuola, chiedere informazioni su un percorso professionale che finora ti sembrava lontano.
Dopo sette giorni non devi sapere ancora cosa farai nella vita — sarebbe chiedere troppo. Devi però avere raccolto almeno un’informazione nuova su di te. Perché il futuro degli altri può ispirarti, certamente, ma non potrà mai essere la mappa del tuo.