Il futuro non arriva: lo stai già costruendo

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Puoi aspettare di sentirti pronto, di avere le idee chiare, di trovare la motivazione. Oppure puoi accorgerti che ogni giorno stai già scegliendo qualcosa della persona che diventerai.

«Ci penserò più avanti» è una frase comodissima. Che scuola scegliere? Ci penserò. Cosa mi piace davvero? Ci penserò. In cosa sono bravo? Boh, prima o poi lo capirò. Cosa vorrei imparare? C’è tempo. Che lavoro mi piacerebbe fare? Sono troppo giovane per pensarci. Ed è vero: a dodici, tredici, quattordici o quindici anni non devi avere un piano professionale perfetto, non devi sapere dove lavorerai, non devi decidere oggi cosa farai per i prossimi quarant’anni. Ma attenzione: da questo non deriva che quello che fai oggi non abbia importanza — anzi. Il futuro ha una caratteristica un po’ fastidiosa: mentre aspetti che arrivi, lui sta già succedendo.

Il futuro non comincia a 18 anni

Qualche volta immaginiamo la vita divisa in due parti: prima c’è il periodo in cui siamo ragazzi — scuola, amici, sport, telefono, famiglia, tempo libero — poi, improvvisamente, arriva la “vita vera”: bisogna scegliere, lavorare, essere autonomi, prendere decisioni, diventare responsabili. Come se esistesse un interruttore: oggi sei un ragazzo, click, domani sei adulto. Ovviamente non funziona così. La persona che sarai a vent’anni non comparirà dal nulla, sarà costruita anche da quello che stai facendo adesso: dalle esperienze che scegli, dalle competenze che inizi a sviluppare, dalle persone che frequenti, dalle cose alle quali rinunci, dagli errori che fai, dal modo in cui reagisci quando qualcosa non funziona, perfino da come utilizzi il tuo tempo. Non significa che ogni scelta sia definitiva; significa qualcosa di molto più interessante: ogni scelta ti allena a diventare qualcosa.

«Ma io ho tempo»

Certo che hai tempo, ed è proprio questo il vantaggio: hai tempo per provare, per sbagliare, per cambiare idea, per scoprire di essere bravo in qualcosa che oggi non conosci, per iniziare un’attività e capire che non fa per te, per migliorare. Il problema non è avere tempo — il problema è pensare che avere tempo significhi poterlo lasciare completamente vuoto, aspettando che un giorno arrivi la risposta. Perché una cosa è dire «non so ancora cosa voglio fare, quindi provo a scoprirlo», un’altra è dire «non so cosa voglio fare, quindi non faccio niente». Sembrano simili, ma portano in due direzioni completamente diverse.

Il talento non basta

Parliamo di talento, una parola che piace molto: «quello è portato», «lei ha talento», «io invece non sono bravo», come se alla nascita ricevessimo una scatola con dentro le cose che sapremo fare e basta. In realtà il talento senza esercizio può rimanere semplicemente una possibilità: puoi avere una grande sensibilità per il disegno e non svilupparla mai, puoi avere facilità con la tecnologia e usarla soltanto per consumare contenuti, puoi essere bravissimo a parlare e non imparare mai a comunicare davvero, puoi avere capacità logiche e convincerti di odiare la matematica, puoi essere portato per lavorare con le persone e non trovarti mai nella situazione giusta per scoprirlo. Il talento ha bisogno di occasioni, ma soprattutto ha bisogno di una cosa meno affascinante: l’allenamento. Ed è qui che iniziano i problemi.

Vogliamo il risultato. Ma vogliamo anche il percorso?

Vedere qualcuno molto bravo in qualcosa è bellissimo — un disegnatore, un atleta, un musicista, un programmatore, un creator, un fotografo, un professionista — ma vediamo soprattutto il risultato, molto meno spesso vediamo tutto quello che c’è dietro: le ore, gli errori, le cose venute male, i tentativi buttati, i momenti in cui quella persona pensava di non essere abbastanza brava, le correzioni, la ripetizione, la noia, la fatica. Noi vediamo trenta secondi di risultato, e rischiamo di confrontarli con il nostro primo tentativo. Proviamo, non viene bene, e pensiamo «non sono portato». Forse. Oppure sei semplicemente al giorno uno.

C’è una parola che non ci piace molto: fatica

Non è particolarmente popolare, molto meglio parlare di passione: «trova la tua passione e non lavorerai un giorno della tua vita», bella frase — ma prova a chiedere a qualcuno che ama davvero il proprio lavoro se non fa mai fatica, probabilmente riderà. Puoi amare il calcio e odiare alcuni allenamenti, puoi amare disegnare e passare ore a correggere una tavola, puoi amare la tecnologia e impazzire per capire perché qualcosa non funziona, puoi voler diventare medico e dover studiare cose difficilissime, puoi amare la musica e ripetere lo stesso passaggio cento volte. La passione non elimina la fatica: dà alla fatica un motivo, ed è molto diverso.

Il problema non è fare fatica

Il problema è fare fatica senza sapere perché. Se qualcuno ti obbliga a fare qualcosa che non capisci, ogni minuto sembra infinito; quando invece stai cercando di costruire qualcosa che desideri, puoi accettare una quantità di fatica sorprendente. Pensaci: quante ore può passare un ragazzo a cercare di superare un livello difficilissimo in un videogioco? Perde, riprova, perde, riprova. Nessuno gli dice «devi essere più resiliente», lo fa perché vuole arrivare al livello successivo. E allora forse il problema non è che i ragazzi di oggi non siano capaci di impegnarsi: forse dobbiamo farci una domanda diversa — per cosa siamo disposti a impegnarci? E ancora: riusciamo a vedere il collegamento tra la fatica di oggi e qualcosa che per noi ha senso domani? Questa è una delle domande più importanti dell’orientamento.

«A scuola questa cosa non mi serve»

Probabilmente lo hai pensato, forse lo hai anche detto: «a cosa mi serve la matematica?», «perché devo studiare questo?», «quando userò mai questa cosa nella vita?». Sono domande legittime, anzi dovremmo farcele più spesso. Il problema è pensare che una competenza serva soltanto quando la utilizzi esattamente nella stessa forma in cui l’hai studiata. Prendiamo la matematica: forse non passerai la vita a risolvere esercizi su un quaderno, ma proporzioni, misure, geometria, logica, stime, percentuali e capacità di ragionamento possono comparire ovunque — nel disegno, nella grafica, nella progettazione, nell’architettura, nella programmazione, nell’economia, nella fotografia, nella costruzione di oggetti, perfino nella gestione dei tuoi soldi. Lo stesso vale per la capacità di scrivere, di parlare, di comprendere un testo, di utilizzare strumenti digitali, di lavorare con gli altri: le competenze viaggiano. Ed è proprio questo che abbiamo cercato di sperimentare in FARO — prendere competenze che sembravano appartenere alla scuola e farle vivere dentro qualcosa di concreto.

Quando impari senza accorgerti che stai “studiando”

Costruisci un personaggio e devi ragionare sulle proporzioni; lo muovi ed entrano in gioco articolazioni, angoli, leve; lo trasformi digitalmente e devi utilizzare software, strumenti grafici, livelli, formati. Costruisci qualcosa e devi misurare, progettare, correggere, collaborare; prepari un prodotto finale e devi organizzare il lavoro; poi devi presentarlo, e improvvisamente entrano in gioco comunicazione, public speaking, capacità di sintesi, sicurezza, relazione con gli altri. La matematica non è più soltanto matematica, la tecnologia non è più soltanto tecnologia, il disegno non è più soltanto disegno: le competenze iniziano a incontrarsi, ed è molto più vicino a quello che succederà nel lavoro reale, perché nel lavoro nessuno ti consegnerà una verifica dicendo «oggi utilizza esclusivamente la competenza numero 4». Avrai un problema, e dovrai capire quali strumenti utilizzare per risolverlo.

Il tuo futuro sarà fatto di problemi da risolvere

Questa forse non sembra una grande notizia, in realtà lo è, perché significa che non dovrai necessariamente sapere tutto: dovrai essere capace di imparare. Potrebbe essere una delle competenze più importanti del tuo futuro: non sapere già, ma saper imparare ciò che ancora non sai. Il mondo cambia velocemente, la tecnologia cambia, l’intelligenza artificiale cambia, le professioni cambiano, gli strumenti cambiano; quello che impari oggi potrebbe essere trasformato tra cinque anni. Allora a cosa serve imparare? Proprio per questo: perché se impari soltanto uno strumento sei legato a quello strumento, ma se impari come affrontare qualcosa di nuovo, puoi adattarti — ed è una differenza enorme.

Il digitale può renderti potentissimo. Oppure soltanto molto occupato

Hai tra le mani uno strumento incredibile: con uno smartphone o un computer puoi imparare quasi qualsiasi cosa — seguire corsi, guardare tutorial, creare immagini, programmare, scrivere, montare video, studiare una lingua, costruire un sito, utilizzare strumenti di intelligenza artificiale, parlare con persone dall’altra parte del mondo, mostrare quello che crei, persino iniziare a costruire un’attività. Ma con lo stesso dispositivo puoi anche passare tre ore a scorrere contenuti che tra dieci minuti non ricorderai più. Lo strumento è lo stesso: quello che cambia è chi sta decidendo come utilizzarlo. Tu, oppure l’algoritmo? È una domanda che vale parecchio.

Quanto tempo scegli davvero?

Non vogliamo fare il solito discorso sul tempo passato davanti al telefono, non è semplicemente una questione di ore: puoi passare due ore davanti a un computer e imparare qualcosa di straordinario, oppure passare due ore davanti a un computer e non ricordare quasi niente di quello che hai visto. La domanda più interessante è quanto del tuo tempo digitale hai scelto tu. Apri un’app perché hai deciso di fare qualcosa, poi compare un contenuto, poi un altro, poi un altro ancora, e dopo quaranta minuti alzi lo sguardo — perché avevi preso il telefono? Non te lo ricordi. Succede. Il problema arriva quando questo meccanismo comincia a occupare tutto lo spazio che potrebbe essere utilizzato anche per costruire qualcosa: non devi trasformare ogni minuto in produttività, sarebbe terribile, hai diritto a perdere tempo, a divertirti, a non fare niente. Ma se ogni spazio libero viene automaticamente riempito da qualcosa scelto da un algoritmo, quando trovi il tempo per capire cosa vuoi scegliere tu?

«Comincio domani»

Domani è fantastico: domani studiamo, domani iniziamo ad allenarci, domani impariamo quel programma, domani sistemiamo quel progetto, domani chiediamo informazioni sulla scuola, domani facciamo il curriculum, domani iniziamo a disegnare. C’è solo un problema: quando arriva, domani cambia nome, diventa oggi, e allora possiamo rimandare di nuovo. Non serve diventare ossessionati dagli obiettivi, ma c’è una competenza molto semplice che può cambiare tantissimo: iniziare prima di sentirsi completamente pronti, perché quasi nessuno si sente completamente pronto.

La motivazione non viene sempre prima

Aspettiamo spesso di avere voglia: «quando sarò motivato inizierò». Ma la motivazione non funziona sempre così — qualche volta viene prima, altre volte arriva dopo che hai iniziato. Non hai voglia di allenarti, cominci, dopo venti minuti sei contento di averlo fatto. Non hai voglia di disegnare, fai le prime linee, poi continui. Non hai voglia di studiare un programma, apri il tutorial, provi, qualcosa funziona, ti incuriosisci. Se aspetti sempre la motivazione perfetta, consegni alla tua voglia del momento il controllo dei tuoi obiettivi, e la voglia del momento è abbastanza capricciosa.

Piccolo batte perfetto

Qui possiamo fare un errore opposto: decidere improvvisamente di cambiare tutta la nostra vita — da domani due ore di studio, un’ora di sport, imparo l’inglese, imparo a programmare, leggo trenta pagine, niente telefono, mi sveglio alle sei. Durata del piano? Tre giorni, forse quattro, poi molliamo tutto e pensiamo «non ho forza di volontà». Il problema non era necessariamente la forza di volontà: era il progetto, troppo grande. Meglio una cosa piccola che riesci davvero a fare — venti minuti, un esercizio, una pagina, un tutorial, un disegno, una conversazione, un piccolo prodotto. Poi domani ancora. La continuità trasforma cose piccole in competenze grandi.

Il compito prodotto cambia la domanda

Questo è uno degli aspetti che abbiamo voluto mettere al centro delle esperienze di FARO: non soltanto «cosa hai studiato?», ma «cosa sai fare adesso che prima non sapevi fare?», e ancora meglio, «me lo puoi mostrare?». Un disegno, un prodotto digitale, un progetto, un oggetto, una presentazione, un contenuto, un piccolo sito, una costruzione, una soluzione. Quando produci qualcosa, la competenza diventa visibile, anche a te — ed è importante soprattutto per quei ragazzi che hanno cominciato a convincersi di non essere bravi, perché dire «sei capace» può sembrare una frase motivazionale, mentre mostrare a un ragazzo qualcosa che ha realmente costruito lui è diverso: quella è una prova. «Questo l’hai fatto tu.» E da lì può nascere una domanda nuova: «se sono riuscito a fare questo, cos’altro potrei imparare?».

Il fallimento non è il contrario del risultato

A scuola spesso siamo abituati a una logica semplice: risposta corretta, risposta sbagliata, voto. Nel mondo dei progetti le cose funzionano diversamente: costruisci, non funziona, modifichi, provi, peggiora, torni indietro, chiedi aiuto, riprovi, funziona. Questo processo può essere frustrante, ma è anche potentissimo, perché impari che un errore non dice necessariamente «non sei capace», può dire «questa soluzione non funziona» — sono frasi completamente diverse: la prima giudica te, la seconda ti dà un’informazione. Ed è così che lavorano tantissimi professionisti: provano, verificano, correggono.

E se scegliessi male?

Succederà, prima o poi farai una scelta sbagliata: tutti la fanno. Una scuola che non era come immaginavi, un’attività che pensavi ti sarebbe piaciuta, un progetto fallito, una persona sbagliata, una decisione presa troppo velocemente. Se l’obiettivo della vita è non sbagliare mai, abbiamo già perso: l’obiettivo dovrebbe essere imparare a riconoscere gli errori abbastanza presto da poterli utilizzare. Sbagliare una strada non significa aver perso il viaggio, può significare aver scoperto una strada da non prendere — anche questa è informazione.

Nessuno costruirà il tuo progetto di vita al posto tuo

Ci saranno persone che potranno aiutarti, ed è importante cercarle: genitori, docenti, educatori, tutor, orientatori, professionisti, amici. Possono mostrarti possibilità, raccontarti esperienze, aiutarti a riconoscere capacità che tu non vedi, perfino dirti «secondo me stai sbagliando» — e qualche volta avranno ragione. Ma nessuno può vivere il tuo percorso al posto tuo: l’orientamento migliore non è quello che ti dice «devi fare questo», è quello che progressivamente ti rende capace di dire «ho raccolto informazioni, ho fatto esperienza, conosco meglio me stesso e scelgo questa direzione perché…». Quel “perché” è importantissimo: significa che la scelta comincia ad appartenerti.

E non devi farcela da solo

Essere responsabili del proprio futuro non significa essere soli — anzi, una delle competenze più importanti è proprio imparare a chiedere supporto. Se non sai quale scuola scegliere, parlane; se non sai cosa sai fare bene, chiedi un confronto; se hai una passione ma non sai come trasformarla in una competenza, cerca qualcuno che conosca quel mondo; se pensi che una difficoltà ti stia bloccando, non nasconderla; se un obiettivo sembra troppo grande, fatti aiutare a dividerlo in passi. È anche questa la funzione di una comunità educante: non costruire il futuro dei ragazzi, ma costruire con loro le condizioni perché possano iniziare a farlo da protagonisti.

La sfida FARO dei 30 giorni: non dirmi cosa vuoi diventare, fammi vedere cosa hai iniziato

Abbiamo parlato di bullismo, di quello che succede dietro uno schermo, di quanto sia difficile dire «non sto bene», del dolore che qualche volta nascondiamo dietro un «non è niente», di connessioni e relazioni, di isolamento, di paura di uscire dalla propria zona sicura, e infine abbiamo provato a guardare cinque anni avanti. Adesso basta parlare: è il momento di costruire qualcosa, e proprio per questo l’ultima sfida di Discussione Aperta — FARO deve essere la più concreta.

Scegli una competenza, una sola, non una professione: «voglio diventare architetto» è troppo grande, «voglio imparare a disegnare meglio in prospettiva» è una competenza; «voglio fare il programmatore» è troppo grande, «voglio riuscire a costruire una semplice pagina web» è una competenza; «voglio lavorare con i video» è troppo generico, «voglio imparare a montare un video di un minuto» è concreto. Può essere qualsiasi cosa — disegnare, scrivere, programmare, fotografare, montare un video, parlare davanti agli altri, costruire qualcosa, utilizzare un software, creare una presentazione, imparare una tecnica, migliorare in una materia, progettare, organizzare, raccontare — ma deve rispettare una sola regola: tra trenta giorni devi poter mostrare qualcosa che oggi non sai fare.

Giorno uno: crea la prova di partenza

Fai subito un tentativo, oggi, prima di imparare. Vuoi disegnare? Disegna. Vuoi parlare in pubblico? Registra un minuto in cui presenti un argomento. Vuoi imparare grafica? Crea qualcosa. Vuoi costruire un sito? Provaci. Vuoi scrivere? Scrivi una pagina. Conserva il risultato: probabilmente non sarà bellissimo, e va benissimo così, perché ci serve proprio per questo. Quella è la fotografia del punto di partenza.

Poi hai trenta giorni

Non devi lavorarci cinque ore al giorno, devi lavorarci con continuità: cerca informazioni, chiedi, prova, sbaglia, guarda tutorial, fatti aiutare, usa il digitale per imparare e non soltanto per guardare, confrontati con qualcuno più bravo, correggi, riprova. E soprattutto non cancellare gli errori dalla tua storia: conservali, perché alla fine potrebbero essere la parte più interessante.

Giorno trenta

Rifai esattamente la prova del primo giorno — stesso disegno, stessa presentazione, stesso tipo di video, stesso piccolo progetto — poi metti i due risultati uno accanto all’altro, giorno 1 e giorno 30. Adesso non chiederti «sono diventato bravissimo?»: è la domanda sbagliata. Chiediti piuttosto «sono migliore rispetto a quando ho iniziato?». Se la risposta è sì, hai appena dimostrato una cosa fondamentale: le competenze si costruiscono, e soprattutto hai prodotto una prova che nessun voto e nessuna frase motivazionale possono sostituire. Hai visto te stesso migliorare.

E se dopo trenta giorni fossi ancora scarso? Benissimo: forse quella competenza richiede sei mesi, forse un anno, forse hai utilizzato un metodo sbagliato, forse hai bisogno di qualcuno che ti insegni, oppure potresti aver scoperto che quella cosa non ti interessa abbastanza da continuare. Anche questa è una risposta: hai fatto orientamento vero, non hai compilato un test chiedendoti «da uno a cinque quanto mi piace questa attività?», l’hai fatta, e adesso sai qualcosa in più. E se invece scoprissi che ti piace davvero? Allora non fermarti al giorno trenta: quella piccola competenza potrebbe diventare qualcosa di più — un interesse, una passione, una materia da approfondire, un percorso scolastico, una formazione professionale, un progetto, forse un lavoro. Non possiamo saperlo, ed è proprio questo il bello: il tuo futuro non deve essere già scritto per poter iniziare a costruirlo.

Questa volta non raccontarcelo. Mostracelo.

La sfida finale del primo anno di Discussione Aperta — FARO è questa: non vogliamo sapere soltanto cosa sogni, non vogliamo una frase perfetta sul futuro, non vogliamo sentirti dire

«da grande vorrei…».

Vogliamo vedere il primo passo: il disegno, il video, il progetto, la presentazione, la costruzione, la pagina, la fotografia, l’esperimento, il prima e il dopo.

Qualcosa che dica:

«un mese fa non sapevo fare questa cosa, adesso so farla un po’ meglio».

Perché forse è proprio questo il messaggio con cui vale la pena chiudere il nostro primo viaggio: non sei obbligato a sapere già chi diventerai, non devi avere tutte le risposte, non devi essere il migliore, non devi dimostrare niente agli altri. Ma c’è una responsabilità che lentamente comincia a diventare tua: non lasciare completamente inutilizzate le possibilità che hai di scoprire chi potresti essere.

Il futuro non è qualcosa che un giorno busserà alla tua porta chiedendoti se sei pronto: sta già entrando nelle tue giornate, nel modo in cui utilizzi il tempo, nelle persone che scegli di ascoltare, nelle difficoltà che decidi di affrontare, nelle competenze che coltivi, nelle volte in cui sbagli e riprovi, nelle occasioni in cui decidi di esserci invece di rimanere a guardare.

Chiudiamo quindi il primo anno di Discussione Aperta — FARO con una domanda diversa da quella con cui siamo partiti. Non più «cosa vuoi fare da grande?», quella ormai la conosciamo.

La domanda è:

«qual è una cosa concreta che puoi iniziare oggi e che tra trenta giorni potrebbe renderti un po’ più vicino alla persona che vuoi diventare?».

Sceglila, comincia, sbaglia, correggi, continua. E tra trenta giorni non dirci che sei cambiato: faccelo vedere.

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