Siamo la generazione più connessa di sempre. Allora perché possiamo sentirci così soli?
Prendi il telefono, apri il social che usi di più, guarda quante persone segui, quante ti seguono, quante chat hai aperte, quanti gruppi, quanti contatti. Cinquanta? Cinquecento? Mille? Adesso dimentica quei numeri e rispondi a una domanda completamente diversa: se stanotte, alle tre, stessi veramente male e avessi bisogno di parlare con qualcuno, chi chiameresti? Non a chi manderesti un meme, non chi metterebbe like a una tua storia, non chi risponderebbe con una reaction — chi chiameresti sapendo di poter dire «ho bisogno di te»? Quanti nomi ti vengono in mente, dieci, tre, uno, nessuno? Se improvvisamente la lista si è accorciata, non c’è niente di strano: è proprio di questo che vogliamo parlare, perché possiamo avere centinaia di connessioni ed essere terribilmente soli. Forse uno dei grandi inganni del nostro tempo è aver cominciato a confondere due cose completamente diverse: essere connessi ed essere in relazione.
Non siamo mai veramente soli. O forse sì?
Il telefono è sempre con noi: quando ci svegliamo, mentre mangiamo, a scuola, sull’autobus, sul divano, prima di dormire, qualche volta perfino quando siamo insieme ad altre persone. Una notifica, un messaggio, un video, un’altra notifica, una storia, una chat: qualcuno è sempre presente, almeno apparentemente, e allora sembra quasi impossibile essere soli. Ma proviamo a cambiare domanda: quante di quelle persone sanno veramente come stai? Non cosa hai fatto ieri, non dove sei andato sabato, non quale canzone stai ascoltando — come stai, davvero. Quante persone sanno cosa ti preoccupa, qual è la cosa che ti rende insicuro, cosa ti fa paura, cosa vorresti diventare, qual è la cosa che non diresti mai davanti al gruppo? È proprio qui che la connessione e la relazione cominciano a separarsi: puoi sapere tantissimo della vita visibile di qualcuno e quasi niente della sua vita interiore, e gli altri possono sapere tantissimo di te senza conoscerti veramente.
Essere visti non significa essere conosciuti
Immagina di pubblicare una foto: la vedono seicento persone, arrivano centoventi like, venti reaction, dieci messaggi. Per qualche minuto sei al centro dell’attenzione, sei stato visto — ma sei stato anche conosciuto? Non necessariamente. Essere visibili significa che qualcuno guarda qualcosa di noi; essere conosciuti significa permettere a qualcuno di incontrare anche le parti che normalmente non mostriamo, ed è molto più difficile, perché una foto possiamo controllarla — possiamo scegliere quella migliore, cancellare quella che non ci piace, modificare, tagliare, filtrare, riprovare — mentre una relazione vera contiene anche le giornate in cui siamo noiosi, quelle in cui siamo arrabbiati, quelle in cui diciamo qualcosa di stupido, quelle in cui non sappiamo cosa dire, quelle in cui abbiamo bisogno. È proprio questo che rende una relazione più difficile di una connessione, ma anche infinitamente più importante.
«Però io parlo con i miei amici tutto il giorno»
Possibile, ma di cosa parlate? Non è una provocazione, è una domanda. Puoi scambiare centinaia di messaggi con una persona senza affrontare mai una conversazione importante — video, meme, battute, foto, commenti, gossip, «dove sei?», «che fai?», «hai visto?». Tutto questo fa parte dell’amicizia e non c’è niente di sbagliato, ma il problema nasce quando la relazione riesce a esistere soltanto sulla superficie, quando possiamo parlare per cinque ore di qualsiasi cosa tranne di ciò che conta davvero, quando abbiamo paura che una conversazione seria possa rendere tutto imbarazzante, quando pensiamo «se gli dico questa cosa penserà che sono strano». E allora continuiamo a parlare, tantissimo, senza dire quasi niente.
Il silenzio fa paura
Hai mai provato a stare qualche minuto senza telefono, da sveglio, senza musica, senza video, senza chat, senza scorrere, solo con te stesso? Per alcune persone è rilassante, per altre può diventare stranamente difficile, perché quando smettiamo di riempire ogni secondo con qualcosa cominciano ad arrivare i pensieri, e non tutti ci piacciono. Il digitale può allora diventare un modo fantastico per non annoiarsi, ma può diventare anche un modo molto efficace per non restare mai da soli con noi stessi: appena arriva un pensiero scomodo, scroll; appena ci sentiamo soli, messaggio; appena qualcosa ci preoccupa, video. Non perché lo decidiamo consapevolmente, ma perché abbiamo sempre a disposizione qualcosa capace di occupare la nostra attenzione. Il problema è che distrarsi da una sensazione non significa necessariamente risolverla: puoi smettere di pensare per mezz’ora che ti senti solo, ma quando chiudi l’app quella sensazione potrebbe essere ancora lì.
E se online fosse più facile?
Qualche volta lo è davvero, ed è importante dirlo. Ci sono ragazzi che riescono a esprimere online cose che faccia a faccia non direbbero mai — lo abbiamo osservato anche nell’esperienza della Community di FARO. Lo schermo crea una distanza, puoi pensare prima di scrivere, non devi sostenere immediatamente lo sguardo dell’altro, puoi iniziare una conversazione con una frase molto più semplice: può essere una grande opportunità. Il problema arriva quando il digitale non è più il primo passo ma diventa l’unico posto in cui siamo capaci di avere relazioni — quando parlare online è possibile e incontrarsi diventa difficile, quando scrivere «mi sento male» è possibile ma dirlo a voce sembra impossibile, quando abbiamo tantissime persone alle quali mandare qualcosa e nessuna persona accanto alla quale riusciremmo a sederci in silenzio. Il digitale dovrebbe ampliare le nostre possibilità di relazione, non sostituirle completamente.
Il paradosso dell’isolamento digitale
Puoi sentirti solo anche dentro un gruppo — anzi, qualche volta è proprio lì che la solitudine diventa più evidente. Guardi gli altri e pensi che tutti abbiano qualcuno, che tutti sembrino divertirsi, avere amici, essere invitati, vivere continuamente qualcosa; poi guardi te stesso e pensi «perché io non sono così?». Ma stai confrontando due cose diverse: la tua vita completa con la parte della vita degli altri che loro hanno deciso di mostrarti. Tu conosci i tuoi silenzi, le tue paure, le serate in cui non succede niente, i momenti in cui non sai cosa fare; degli altri vedi soprattutto quello che hanno deciso di pubblicare. È una gara impossibile da vincere, e più guardi più potresti convincerti di essere l’unico rimasto fuori — quando magari, nella stanza accanto, un altro ragazzo sta guardando il tuo profilo e pensando esattamente la stessa cosa.
«Non mi invita nessuno»
Anche questa sensazione merita attenzione. L’esclusione fa male: essere lasciati fuori da un gruppo, da una chat, da una festa o da un’attività può sembrare una conferma terribile — «non interessi a nessuno». Ma attenzione: un’esperienza di esclusione non definisce il tuo valore, e soprattutto non deve trasformarsi automaticamente in isolamento. C’è una differenza importante tra scegliere di stare da soli e convincersi che sia inutile provare a stare con gli altri; la prima può essere una necessità, la seconda può diventare una gabbia. Quando iniziamo a pensare «tanto non mi capiscono», «non mi interessa nessuno», «sto meglio da solo», «non ho bisogno di nessuno», qualche volta stiamo dicendo la verità, altre volte stiamo semplicemente cercando di non sentire il dolore di essere stati rifiutati — se non ho bisogno degli altri, allora gli altri non possono ferirmi. Sembra una soluzione perfetta, solo che ha un prezzo.
La relazione richiede rischio
Per conoscere davvero qualcuno devi esporti un po’, non tutto e non immediatamente, ma qualcosa sì. Devi rischiare di dire «questa cosa mi interessa», «questa cosa mi fa paura», «non ho capito», «mi sono sentito escluso», «mi dispiace», «ho sbagliato», «ho bisogno di parlare»: frasi molto più difficili da pronunciare di quanto sembrino, perché permettono all’altro di vedere qualcosa di vero — ed è proprio da lì che può nascere una relazione. Non dalle performance, non dai follower, non dal personaggio, ma dalla possibilità di essere un po’ meno perfetti davanti a qualcuno senza avere paura che se ne vada.
Quanti amici servono?
Non esiste un numero corretto: non devi avere venti amici, non devi essere quello che conoscono tutti, non devi essere invitato ovunque. Una persona può stare benissimo con poche relazioni profonde, un’altra può amare i gruppi grandi — il problema non è la quantità. La domanda è: hai almeno qualcuno con cui puoi essere te stesso senza dover continuamente dimostrare qualcosa, qualcuno davanti al quale non devi essere sempre divertente, sempre forte, sempre interessante, sempre quello che sa cosa fare, una persona con cui puoi anche dire «oggi non sono in giornata» e basta? Se hai una persona così, non considerarla scontata: è molto più preziosa di centinaia di contatti.
E se non hai nessuno?
Su questa parte non vogliamo usare frasi facili: non ti diremo «basta uscire e fare amicizia», perché sappiamo che non funziona così. Se sei timido, se hai avuto brutte esperienze, se ti senti diverso, se sei stato escluso o preso in giro, costruire nuove relazioni può essere davvero difficile — ma difficile non significa impossibile, e soprattutto non significa che devi farlo completamente da solo. È anche per questo che esistono luoghi educativi, laboratori, attività e progetti come FARO: un laboratorio non serve soltanto a imparare qualcosa, può essere un luogo nel quale incontri persone mentre fate qualcosa insieme, e questo cambia molto. Non devi entrare in una stanza e dire «ciao, vorrei farmi degli amici»: entri per disegnare, costruire, progettare, imparare, fare un’attività, e mentre fai quella cosa cominci a conoscere qualcuno. Le relazioni qualche volta nascono meglio quando non sono obbligate a nascere.
Quando la solitudine diventa troppo pesante
C’è però un momento in cui dobbiamo essere molto chiari: se ti senti isolato da molto tempo, se hai perso interesse nelle relazioni, se evitare gli altri sta diventando la regola, se la solitudine ti fa stare male o se cominci a pensare che non importi a nessuno che tu ci sia oppure no, non tenere tutto dentro. Parlane con una persona adulta affidabile, non aspettare di avere la frase perfetta: puoi iniziare dicendo «ultimamente mi sento molto solo», è sufficiente. Non devi dimostrare che la tua situazione sia abbastanza grave per meritare attenzione — se per te pesa, merita di essere ascoltata. Anche una conversazione nata online può diventare il punto di partenza per incontrare un orientatore, un educatore o un’altra figura della comunità educante: il digitale può aprire la porta, ma non devi avere paura di attraversarla.
La quinta sfida FARO: trasforma una connessione in una conversazione
Questa volta non ti chiediamo di stare lontano dal telefono, anzi: usalo.
Apri i tuoi contatti e scegli una persona con cui parli spesso ma con cui, se ci pensi, non fai una conversazione vera da parecchio tempo — un amico, un compagno, un cugino, qualcuno che vedi sempre online ma molto meno nella vita reale.
Scrivigli, ma niente meme, niente reel, niente
«che fai?»: prova qualcosa di diverso, «come stai davvero in questo periodo?».
Poi fai una cosa ancora più difficile: quando ti risponde, ascolta. Non aspettare soltanto il tuo turno per parlare, non trasformare immediatamente tutto in una battuta — se ti dice qualcosa di vero, rimani nella conversazione.
E se vuoi arrivare al livello più difficile della sfida, proponigli una cosa rivoluzionaria: vedetevi, una passeggiata, un pomeriggio, un’attività, anche mezz’ora, telefono in tasca per un po’, due persone vere nello stesso posto, niente pubblico, niente like, nessuna necessità di dimostrare agli altri che vi state divertendo.
Alla fine della settimana torna alla domanda con cui abbiamo iniziato:
se alle tre di notte avessi veramente bisogno di qualcuno, chi chiameresti?
Se hai uno o più nomi, hai qualcosa di importante: prenditene cura. Se invece non riesci ancora a trovare nessuno, non trasformare quella risposta in una condanna: trasformala in un obiettivo, perché costruire relazioni è una competenza, richiede tempo, tentativi, qualche figuraccia, qualche delusione, e anche il coraggio di essere noi, qualche volta, quelli che fanno il primo passo.
Questa è la quinta sfida di Discussione Aperta — FARO: per sette giorni prova a smettere di contare quante persone ti vedono, e comincia a chiederti quante persone ti conoscono davvero. Perché potresti avere 500 contatti e sentirti completamente solo, oppure averne cinque e sapere esattamente chi chiamare quando conta davvero. E forse, alla fine, la domanda non è «quante persone ho intorno?», ma molto più difficile: «con quante di loro ho il coraggio di essere veramente me stesso?».