Se tutti ridono, è ancora uno scherzo?

art 1

Quando una battuta smette di far ridere e comincia a fare male

«Ma dai, stavamo scherzando.»

Quante volte hai sentito questa frase, o l’hai detta tu stesso dopo una battuta su un compagno, un soprannome che ormai usa tutta la classe, una foto modificata e girata in chat, un commento sul fisico, sulla famiglia o su qualcuno considerato semplicemente “diverso”? In quei momenti sembra che il consenso generale basti a chiudere la questione: tutti ridono, quindi tutto va bene. Ma è proprio su quel “quasi tutti” che vale la pena fermarsi, perché nasconde una domanda capace di cambiare completamente il modo in cui guardiamo certe situazioni: se tutti ridono tranne la persona di cui si sta ridendo, possiamo davvero continuare a chiamarlo scherzo? Non è una domanda retorica pensata per farti sentire in colpa, e non è nemmeno l’inizio della solita lezione sul bullismo in cui si stabilisce chi è il buono e chi il cattivo: la realtà, come spesso accade, è molto più complicata di uno schema netto. Proviamo piuttosto a osservare insieme quello che succede davvero nei gruppi, nelle classi, nelle chat e sui social — e magari anche quello che, qualche volta, capita a te.

Chi decide quando è davvero uno scherzo?

Immagina una situazione molto comune: un ragazzo della tua classe ha un modo particolare di parlare, qualcuno gli inventa un soprannome e all’inizio sembra tutto innocuo, lui stesso sorride. Il giorno dopo però in cinque usano già quel soprannome, dopo una settimana quasi nessuno lo chiama più con il suo vero nome, arrivano i meme nella chat, poi una foto modificata, poi un video. Ogni volta che qualcuno prova a fermarsi, arriva la stessa rassicurazione: «Dai, non te la prendere», e lui risponde: «Tranquilli». Ma siamo davvero sicuri che sia tranquillo? Uno degli errori più facili da commettere è pensare che sia chi fa la battuta a decidere se quella battuta sia innocua oppure no. È vero che spesso l’intenzione non era offendere, ma le intenzioni raccontano soltanto una parte della storia: se ti pesto un piede senza volerlo, il dolore non sparisce perché non era mia intenzione farti male, e con le parole succede qualcosa di molto simile. Possiamo ferire qualcuno anche senza avere alcuna intenzione di farlo, ed è per questo che la domanda giusta non è soltanto «volevo fargli del male?», ma va affiancata da un’altra, apparentemente piccola eppure decisiva: «come si sente lui quando succede?».

C’è poi una delle obiezioni più difficili da smontare: «però rideva anche lui». È vero, spesso chi viene preso in giro ride davvero — ma la domanda che conta è perché lo fa. Ride perché si diverge sinceramente, oppure perché l’alternativa sarebbe mostrare a tutti che quella cosa gli fa male? A dodici, tredici, quattordici o quindici anni, ammettere davanti al gruppo che qualcosa ferisce può essere molto più difficile di quanto sembri: significa esporsi, rischiare una risposta terribile come «non sai stare allo scherzo», e allora spesso è più semplice ridere insieme agli altri, come una forma di protezione — se rido anch’io, forse nessuno si accorgerà che mi avete colpito davvero. È esattamente qui che dobbiamo diventare più bravi a leggere quello che accade intorno a noi: non basta sentire una risata, bisogna imparare a guardare la persona.

Il gruppo cambia tutto

Il bullismo riguarda quasi sempre più di due persone. Intorno ci sono chi fa la battuta, chi la rilancia, chi aggiunge qualcosa, chi filma, chi condivide, chi mette una reazione, chi guarda in silenzio e chi pensa che la situazione sia sbagliata ma non dice niente. Ed è proprio qui che le cose diventano interessanti, perché probabilmente la maggior parte delle persone presenti non vuole davvero fare del male a nessuno: semplicemente segue il gruppo. Ridiamo perché ridono gli altri, condividiamo perché condividono tutti, non diciamo niente perché non vogliamo essere i prossimi bersagli — e lentamente qualcosa che una singola persona non avrebbe mai fatto da sola diventa normale. Il gruppo ha questa forza doppia: può tirare fuori il peggio di noi, ma può fare anche l’esatto contrario. Basta a volte una sola persona che dica «ragazzi, basta»: non serve un discorso, non serve diventare improvvisamente l’eroe della situazione, a volte basta semplicemente non partecipare.

E online?

In rete il confine diventa ancora più sottile, perché davanti a noi non c’è più il volto della persona ma uno schermo. Una foto diventa un’immagine da modificare, un errore diventa uno screenshot, una figuraccia può trasformarsi in un video che continua a circolare quando per chiunque altro la situazione sarebbe già finita da tempo. E soprattutto manca una cosa fondamentale: la reazione immediata dell’altro. Quando dici qualcosa di pesante guardando una persona negli occhi, ne vedi il volto cambiare; online invece invii, condividi, metti una faccina e passi al contenuto successivo, mentre dall’altra parte dello schermo quella persona continua a esistere. È per questo che il digitale può renderci contemporaneamente vicinissimi e terribilmente distanti: possiamo sapere cosa fa qualcuno in ogni momento della giornata senza avere la minima idea di come si senta davvero.

La domanda più scomoda

Adesso proviamo a cambiare prospettiva: e se fossi tu quello che fa la battuta? Non stiamo dicendo che sei un bullo, ma vale la pena chiedersi se hai mai insistito su una battuta perché gli altri ridevano, se hai mai condiviso qualcosa che riguardava un’altra persona senza chiederle il permesso, se hai mai messo una reaction a un contenuto che umiliava qualcuno, se hai mai visto una situazione andare troppo oltre e hai scelto di non intervenire. Probabilmente quasi tutti, almeno una volta, abbiamo fatto qualcosa del genere, e la domanda importante non è stabilire chi sia perfetto — nessuno lo è — ma se, quando ci accorgiamo di essere andati troppo oltre, siamo capaci di fermarci. Crescere significa proprio questo: non evitare ogni errore, ma imparare a riconoscerne le conseguenze.

C’è naturalmente anche l’altra parte della storia: se sei tu la persona presa costantemente di mira, non devi dimostrare a nessuno di essere abbastanza forte da sopportare tutto in silenzio. Puoi dire che una cosa non ti piace, puoi parlarne, puoi chiedere che finisca, e soprattutto puoi coinvolgere qualcuno — un amico, un genitore, un docente, un educatore, una persona adulta di cui ti fidi. Anche all’interno di FARO puoi iniziare semplicemente da una conversazione: non significa trasformare tutto immediatamente in un “caso”, significa evitare di restare da soli dentro una situazione che sta diventando troppo pesante, online o dal vivo che sia.

La sfida delle 48 ore

Non vogliamo chiudere questo articolo dicendoti semplicemente di essere gentile con gli altri: sarebbe troppo facile.

Ti proponiamo qualcosa di più difficile: per le prossime 48 ore, diventa un osservatore del tuo gruppo — a scuola, nello sport, con gli amici, nelle chat, sui social.

Non devi denunciare nessuno, non devi fare il giudice, non devi nemmeno raccontarci i nomi:

devi soltanto osservare.

Quando parte una presa in giro, guarda davvero cosa succede:

  • chi comincia,
  • chi rilancia,
  • chi ride,
  • chi rimane in silenzio,

e soprattutto osserva la persona al centro della battuta — sta ridendo perché si diverte sul serio, oppure perché non sa cos’altro fare?

Se nelle prossime 48 ore ti accorgi che una situazione sta andando oltre, prova a cambiare almeno una cosa: non condividere, non mettere la reaction, cambia argomento, scrivi in privato alla persona coinvolta, oppure, se te la senti, pronuncia due parole semplici come

«ragazzi, basta».

Potresti scoprire qualcosa di interessante: a volte basta che una sola persona smetta di ridere perché anche gli altri capiscano che, in fondo, non c’era poi così tanto da ridere.

Questa è la prima sfida di Discussione Aperta — FARO, e ora la domanda passa a te: dove finisce lo scherzo e dove comincia il bullismo?

Per un confronto diretto, compila il form qui sotto, è completamente anonimo, così potremo parlarne: 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *