Vestiti, smartphone, locali, viaggi, corpi perfetti e vite da mostrare. Quando l’apparenza diventa una misura del nostro valore, rischiamo di spendere molto più dei nostri soldi.
«Come sembro?» è una domanda facile. «Come sto?» molto meno.
C’è una domanda che ci facciamo continuamente, anche senza pronunciarla mai davvero ad alta voce: «Come sembro?». E poi ce n’è un’altra, molto più difficile da affrontare: «Come sto?». Sembrano quasi la stessa domanda, formulate in modo diverso. Non lo sono affatto. Puoi sembrare sicuro di te e sentirti completamente fuori posto. Puoi pubblicare una foto bellissima proprio durante la giornata più terribile della settimana. Puoi essere circondato da persone e, allo stesso tempo, sentirti profondamente solo. Puoi mostrare una vita piena e avere comunque la sensazione che, dentro, manchi qualcosa di importante.
Il problema non è voler apparire bene
Il problema dell’apparenza non è desiderare di apparire bene: è del tutto normale, e sarebbe ipocrita fingere il contrario. Il problema comincia quando l’immagine che dobbiamo mantenere diventa più importante della persona che siamo realmente, quando la cura dell’apparenza smette di essere una parte di noi e comincia a sostituirsi a tutto il resto.
Gli oggetti come simboli di appartenenza
Quando un ragazzo vuole un determinato paio di scarpe, un certo telefono, un certo vestito, o desidera semplicemente andare nel locale frequentato dal gruppo, è troppo facile liquidare la cosa dicendo che si tratta di sciocchezze inutili. Gli oggetti, in realtà, possono diventare simboli di appartenenza molto potenti: «sono come voi», «non sono quello che ha meno», «anch’io faccio parte di questo gruppo». Il confine tra desiderio personale e bisogno sociale diventa così incredibilmente sottile, quasi impossibile da distinguere dall’interno.
Vivere la festa o dimostrare di esserci stati
Anche le esperienze, non solo gli oggetti, possono trasformarsi in prove da produrre e da mostrare. Siamo a una festa, prendiamo il telefono, facciamo qualche foto, controlliamo chi ha visto la storia che abbiamo appena pubblicato. A un certo punto vale davvero la pena chiedersi: in quale momento preciso ho smesso di vivere la festa e ho iniziato, invece, a produrre la prova che ero alla festa? Sono due attività molto diverse, anche se dall’esterno sembrano identiche.
Il personaggio che va nutrito ogni giorno
Il personaggio digitale che costruiamo online deve essere continuamente alimentato per restare credibile. Se online sei sempre quello divertente, quello forte, quello che esce ogni sera o che ha sempre qualcosa di nuovo da mostrare, diventa difficile — a volte quasi impossibile — mostrare una parte diversa di te, magari più fragile o più incerta. Costruiamo il personaggio per sentirci più liberi, e rischiamo invece di diventarne prigionieri.
Un’insoddisfazione progettata
L’apparenza costa soldi, certamente, ma soprattutto costa energia: pensare continuamente a come vieni percepito è faticoso, e il centro dell’attenzione smette di essere te stesso e diventa lo sguardo che gli altri hanno su di te. Il confronto, inoltre, non finisce mai: ci sarà sempre qualcuno con qualcosa di più nuovo, più bello, più costoso. L’algoritmo conosce benissimo questa insoddisfazione e continua a mostrarci contenuti simili a quelli che già catturano la nostra attenzione, alimentando lo stesso meccanismo all’infinito. Così la normalità digitale può diventare completamente diversa dalla normalità reale: se vedi ogni giorno soltanto vite eccezionali, la tua vita ordinaria può arrivare a sembrarti un fallimento, quando in realtà la maggior parte della vita — anche di quella delle persone che ammiri — è fatta proprio di giornate normali che nessuno pubblica.
Curare l’immagine o dipendere dall’immagine
Curare la propria immagine e dipendere dalla propria immagine sono due cose profondamente diverse. La prima può essere una competenza vera e propria, utile in tanti contesti. La seconda può diventare, lentamente, una gabbia. Nei percorsi FARO questa contraddizione è emersa più volte: lo schermo può proteggere, ma proprio questa protezione può rendere più difficile andare oltre il personaggio che ci siamo costruiti. Quando una domanda diventa scomoda può arrivare una battuta, un attacco, un «non mi interessa» detto con troppa fretta. Talvolta anche l’arroganza è soltanto una forma di paura mascherata bene.
Sembrare forti, diventare forti
Sembrare forti e diventare forti non sono affatto la stessa cosa. Diventare forti significa imparare a sopportare una critica senza crollare, dire «ho sbagliato» senza vergognarsene, chiedere aiuto senza sentirsi diminuiti, accettare di non essere il migliore in qualcosa e riprovare comunque il giorno dopo.
La quarta sfida FARO
Nei prossimi sette giorni fai qualcosa di cui sei davvero contento — e non pubblicarlo.
Vivilo e basta, senza raccontarlo a nessuno.
Poi osserva cosa succede dentro di te, e chiediti onestamente perché senti il bisogno di mostrarlo. Prova anche questa domanda, ancora più diretta: se nessuno potesse mai sapere che una certa cosa è tua, quanto la vorresti ancora?
Non ti chiediamo di smettere di pubblicare: sarebbe una richiesta assurda e inutile.
Ti chiediamo di imparare ad abitare il digitale senza lasciare che decida completamente il tuo valore.
La domanda finale, quella da conservare anche dopo aver chiuso questo articolo, è questa: se domani nessuno potesse più vedere cosa possiedi, dove vai, come ti vesti, quanti follower hai e cosa pubblichi, quali cose rimarrebbero comunque a dimostrare, prima di tutto a te stesso, chi sei davvero?