Quello che vuoi è davvero tuo?

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Desideri, aspettative e futuro: prima di scegliere una strada, vale la pena capire chi sta davvero scegliendo.

«Lo voglio davvero io, o voglio soltanto quello che questa cosa farà pensare agli altri di me?»

Quante volte diciamo «voglio» senza fermarci un istante a capire da dove arrivi davvero quel desiderio? Vogliamo un certo lavoro, un certo stile di vita, un certo oggetto, una certa immagine di noi stessi, e lo diciamo con la sicurezza di chi sta semplicemente descrivendo un fatto, come se fosse ovvio, come se non ci fosse nulla da indagare. Eppure una parte importante dell’orientamento — probabilmente la parte più scomoda — non consiste nello scegliere subito una strada, ma nel distinguere ciò che desideriamo davvero da ciò che abbiamo soltanto imparato a desiderare guardando gli altri. Non è una domanda che ci poniamo spesso, perché mette in discussione qualcosa che diamo per scontato: che i nostri desideri siano, appunto, nostri.

Chi ha scelto per primo questo desiderio?

Prova a pensare a qualcosa che dici di volere per il tuo futuro — una scuola, un lavoro, uno stile di vita — e chiediti onestamente: quando hai iniziato a volerlo? È nato osservando te stesso, le cose che ti fanno perdere la percezione del tempo, oppure è nato osservando qualcun altro che sembrava averlo già, e sembrava felice, o ammirato, o semplicemente arrivato? Famiglia, amici, scuola e soprattutto l’ambiente digitale ci suggeriscono continuamente modelli di successo, e non c’è nulla di sbagliato in questo: lasciarsi ispirare fa parte di come impariamo a immaginare chi potremmo diventare. Il problema comincia in un punto molto preciso, quasi impercettibile: quando smettiamo di distinguere l’ispirazione da una scelta personale, e cominciamo a trattare come nostro un desiderio che in realtà stiamo solo ripetendo.

Il coraggio di dire «a me non interessa»

Se tutti intorno a te considerano prestigiosa una certa strada — una scuola, una professione, un certo tipo di vita — può diventare molto difficile ammettere, anche solo a te stesso, che a te non interessa. Non perché tu abbia paura di quella strada, ma perché ammetterlo significa allontanarti da un consenso che dà sicurezza: se tutti vogliono la stessa cosa, quella cosa sembra automaticamente giusta. E online questo meccanismo si amplifica: se vedi continuamente una certa idea di successo — una vita, un lavoro, un corpo, un ritmo — puoi iniziare a desiderarla senza esserti mai chiesto se la vita necessaria per ottenerla ti piacerebbe davvero, con tutta la fatica, le rinunce e i giorni qualunque che quella vita comporta e che online, quasi mai, vengono mostrati.

Le domande che vale la pena farsi

Orientarsi non significa avere immediatamente una risposta pronta. Significa, molto più modestamente, imparare a farsi domande migliori di quelle a cui siamo abituati. Che cosa mi incuriosisce davvero quando nessuno mi obbliga e nessuno mi guarda? Quali attività mi fanno perdere la percezione del tempo, non perché siano facili, ma perché mi assorbono completamente? Quali difficoltà sono disposto ad affrontare perché il risultato, per me, conta comunque? E soprattutto: quali desideri, tra quelli che porto con me, sembrano importanti soprattutto quando immagino lo sguardo degli altri su di me? Non sono domande a cui si risponde in un pomeriggio, ma sono le uniche in grado di separare un desiderio vero da un desiderio preso in prestito.

La vetrina e quello che non si vede

Il digitale rende questa distinzione ancora più difficile, perché ci espone in ogni momento alle scelte altrui, mostrate però in una forma già selezionata, già montata, già pronta per essere ammirata. Vediamo risultati, vite, professioni, consumi — ma raramente vediamo tutto ciò che sta dietro quelle immagini: gli anni di lavoro, i fallimenti tagliati fuori dal video, la fatica quotidiana che nessuno filma perché non è interessante da guardare. Il rischio, allora, è costruire un progetto di futuro confrontando la nostra vita reale, fatta di giorni normali, con la vetrina curatissima della vita altrui. Ed è un confronto truccato in partenza: stiamo paragonando un dietro le quinte con uno spettacolo già finito.

La sfida delle 24 ore

La sfida di Discussione Aperta questa settimana non è dirti quale desiderio sia giusto o sbagliato: non spetta a noi deciderlo, e probabilmente non spetta a nessun altro fuori da te.

Ti chiediamo soltanto di riconoscere, per una volta, quali desideri ti appartengono davvero. Per le prossime 24 ore, ogni volta che pensi

«vorrei…»,

fermati un momento prima di continuare il pensiero e chiediti: «lo voglio davvero io, oppure voglio ciò che questa cosa farà pensare agli altri di me?». Non devi cambiare nessuna risposta, non devi correggere nessun desiderio che scopri di avere preso in prestito: devi soltanto iniziare a riconoscerlo, perché è da lì che comincia qualsiasi scelta onesta sul proprio futuro.

Perché prima di scegliere il tuo futuro devi fare una cosa molto più difficile e molto meno raccontata: capire quanto di quello che immagini per te sia veramente tuo.

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