Non sapere oggi cosa farai “da grande” non è un problema. Il problema è lasciare che siano gli altri, il caso o la paura a scegliere al posto tuo.
«Cosa vuoi fare da grande?» Probabilmente te lo hanno chiesto decine di volte: a scuola, a casa, i parenti, gli insegnanti, gli amici dei tuoi genitori, qualche volta anche persone che ti conoscono da circa tre minuti. «E tu? Che scuola vuoi fare?», «Cosa ti piace?», «Hai già deciso?», come se a dodici, tredici, quattordici o quindici anni dovessi avere sulla scrivania il progetto definitivo della tua vita — scuola, università, lavoro, città, carriera, tutto perfettamente deciso. E se rispondi «non lo so», arriva spesso quella faccia che sembra dire “dovresti saperlo”. Vogliamo invece partire proprio da qui: non sapere esattamente cosa farai tra cinque o dieci anni è assolutamente normale. C’è però una differenza enorme tra non conoscere ancora la risposta e smettere completamente di cercarla, perché forse la domanda sbagliata è proprio «cosa vuoi fare da grande?». Proviamo con una domanda diversa: «che persona vuoi cominciare a diventare?». È molto più interessante, e anche molto più difficile.
Il futuro non è un mestiere scritto su un foglio
Quando parliamo di orientamento immaginiamo spesso una scelta netta: liceo o tecnico, professionale, università, lavoro, quale indirizzo, quale corso, quale mestiere. Sono domande importanti, ma arrivano dopo — prima c’è qualcosa di molto più grande, e cioè capire chi sei quando fai le cose. Ti piace costruire? Ti piace capire come funzionano gli oggetti? Ti piace parlare con le persone o preferisci lavorare da solo? Ti piace disegnare, organizzare, risolvere problemi, prenderti cura degli altri, inventare, scrivere, vendere, programmare, riparare, fotografare, cucinare, progettare, spiegare, creare contenuti, usare strumenti digitali, lavorare con le mani? Non devi scegliere una sola risposta, potresti riconoscerti in dieci cose contemporaneamente, ed è proprio questo il punto: a quattordici anni non devi necessariamente sapere quale lavoro farai, devi iniziare a raccogliere indizi su te stesso.
Il talento non arriva con un’etichetta
C’è una cosa che abbiamo osservato molte volte nei percorsi educativi: un ragazzo può essere convinto di non essere bravo in niente, poi gli dai qualcosa da fare — non un test, non una domanda, un compito vero — e succede qualcosa. Uno prende immediatamente in mano il gruppo, un altro trova una soluzione tecnica, un altro ancora nota un dettaglio che nessuno aveva visto; qualcuno disegna, qualcuno organizza, qualcuno presenta, qualcuno riesce a spiegare agli altri quello che hanno costruito; qualcuno che inizialmente rimane in disparte, poi prende un computer e cambia completamente atteggiamento; qualcuno che non parla quasi mai, ma quando deve costruire qualcosa con le mani diventa precisissimo. Queste cose non sempre emergono da una verifica, e non sempre coincidono con i voti: una persona è molto più complessa della sua pagella. Questo non significa che studiare non sia importante, significa che il voto racconta una parte, non tutto.
«Io non sono portato»
Questa frase dovrebbe farci diventare sospettosi: «non sono portato per la matematica», «non sono creativo», «non so parlare», «non sono bravo con il computer», «non so disegnare», «non sono capace di fare cose pratiche». Aspetta: quante volte hai provato? Una, tre, dieci? E soprattutto, in quale modo hai provato? Magari hai deciso di non essere portato per la matematica dopo aver fatto esercizi su un libro, poi scopri che per costruire qualcosa devi misurare, calcolare proporzioni, lavorare con angoli, simmetrie e dimensioni, e improvvisamente quei concetti hanno un significato diverso. Magari pensavi di non essere creativo perché non eri bravo a disegnare, poi scopri che sai progettare, o raccontare, o montare video, o trovare soluzioni. Magari pensavi di non essere bravo con la tecnologia perché non conoscevi un programma, poi inizi a usarlo e impari. Quante identità ci assegniamo troppo presto? «Io sono fatto così», a tredici anni, a quindici? Sei ancora nel pieno della costruzione di tantissime competenze, e forse una frase più corretta sarebbe: «questa cosa, oggi, non la so ancora fare». Quel piccolo “ancora” cambia completamente la prospettiva.
La scuola che scegli non è una sentenza
Arriva un momento in cui devi scegliere, e può fare paura, perché sembra che quella decisione determinerà tutto. Ma una scelta scolastica è importante proprio perché apre un percorso, non perché scrive definitivamente il finale: puoi cambiare idea, puoi scoprire qualcosa che non conoscevi, puoi renderti conto di aver sbagliato e correggere, puoi continuare gli studi o scegliere la formazione professionale, puoi acquisire una specializzazione, puoi costruire competenze digitali che oggi non immagini nemmeno. Il mondo del lavoro che incontrerai tra alcuni anni sarà probabilmente diverso da quello che conoscono oggi i tuoi genitori: alcune professioni cambieranno, altre nasceranno, alcune competenze diventeranno molto più importanti. Per questo orientarsi non significa indovinare oggi il nome esatto del lavoro che farai nel futuro, significa costruire una capacità molto più potente: imparare a scegliere, verificare e, quando serve, cambiare direzione.
Ma allora come faccio a scegliere?
Provando. Può sembrare una risposta troppo semplice, invece è fondamentale: non puoi sapere se ti piace davvero qualcosa soltanto guardandola, devi farla. È uno dei motivi per cui i laboratori e le esperienze pratiche possono diventare così importanti — disegnare, costruire, programmare, presentare, lavorare in gruppo, utilizzare strumenti digitali, risolvere un problema, realizzare un prodotto, sbagliare, rifarlo, spiegarlo agli altri. Ogni esperienza ti restituisce informazioni: mi piace, non mi piace, sono bravo, non sono ancora bravo ma voglio imparare, pensavo mi piacesse invece no. Anche quest’ultima è una scoperta importante: sapere cosa non vuoi può aiutarti moltissimo a capire cosa vuoi.
Non devi essere bravo in una cosa perché quella cosa sia importante
Questo è un altro errore frequente: provi qualcosa, non sei immediatamente bravo, quindi decidi «non fa per me». Ma forse proprio lì c’era qualcosa da esplorare. Immagina un ragazzo che prova a disegnare digitalmente per la prima volta: il risultato è brutto, la tavoletta grafica sembra impossibile, la linea va dove vuole lei. Potrebbe pensare «non sono capace», oppure potrebbe pensare «interessante, voglio capire come si fa». Questa seconda frase racconta qualcosa di molto importante: non racconta una competenza già acquisita, racconta una motivazione — e spesso il talento comincia proprio lì, non sempre nella cosa che sai fare immediatamente bene, ma qualche volta nella cosa che, anche quando viene male, hai voglia di riprovare.
Il problema del confronto
Poi apri il telefono e trovi qualcuno della tua età che sembra avere già capito tutto: ha un progetto, è bravissimo a disegnare, programma, suona, fa sport a livelli incredibili, ha migliaia di follower, guadagna, viaggia, sembra sicuro. E tu sei sul letto a chiederti cosa farai l’anno prossimo. Facile sentirsi indietro — ma stai attento: stai guardando una parte selezionata della vita di qualcun altro e confrontandola con tutti i dubbi della tua. Non sai quante ore quella persona abbia dedicato a quella competenza, non sai quanti tentativi siano falliti, non sai quanto sia aiutata, non sai nemmeno se sia veramente felice di quello che sta facendo. E soprattutto c’è una domanda molto più importante: perché il percorso di un’altra persona dovrebbe stabilire la velocità del tuo? Non sei in gara con il ragazzo che vedi su TikTok, devi capire quale direzione abbia senso per te.
E i genitori?
Qui il discorso si complica, perché spesso i genitori vogliono aiutare, e qualche volta proprio perché vogliono aiutare finiscono per spingere: «quella scuola è migliore», «con questo lavoro non farai niente», «devi andare all’università», «l’università non serve», «devi fare un lavoro sicuro», «quella non è una vera professione», «sei bravo in matematica, devi fare questo», «sei creativo, devi fare quello». Dietro molte di queste frasi c’è una preoccupazione comprensibile: i genitori vogliono immaginare un futuro sicuro per i propri figli. Ma il progetto di vita di un ragazzo non può essere semplicemente la proiezione delle paure o dei desideri degli adulti; allo stesso tempo, ignorare completamente chi ha più esperienza di noi non è una grande strategia. Allora cosa si fa? Si parla, si confrontano aspettative e realtà, si raccolgono informazioni, si verificano opportunità, si ascoltano opinioni — e poi, lentamente, il ragazzo deve iniziare a diventare protagonista della scelta, perché sarà lui a dover vivere quel percorso.
«Voglio fare un lavoro che mi faccia guadagnare»
Legittimo: i soldi contano, l’indipendenza economica conta, poter costruire una propria vita conta. Ma se la tua unica risposta alla domanda sul futuro è «voglio guadagnare tanto», manca ancora un pezzo: come? Facendo cosa? Offrendo quale competenza? Risolvendo quale problema? Creando quale valore, per chi? Il denaro non è una professione, è una possibile conseguenza del valore che riesci a costruire e offrire — ed è una domanda molto più interessante da iniziare a farsi già da giovani: che cosa potrei imparare a fare così bene da diventare utile a qualcuno? Non serve avere la risposta oggi, serve iniziare a cercarla.
Non scegliere soltanto quello che sembra facile
C’è un rischio: quando dobbiamo scegliere una direzione possiamo cercare quella che richiede meno fatica — la scuola dove vanno gli amici, il percorso che sembra più semplice, la cosa che conosciamo già. È comprensibile, ma facile e giusto non sono sinonimi: qualche volta la strada più adatta a te potrebbe richiedere impegno, potresti dover recuperare una materia, imparare qualcosa da zero, cambiare gruppo, andare in una scuola dove non conosci nessuno. La domanda non è «qual è la strada più facile?», ma «per quale strada vale la pena fare fatica?». Questa è una domanda da orientamento vera.
Il futuro non si scopre soltanto pensando
Puoi passare mesi a chiederti «cosa mi piace?», ma a un certo punto devi fare esperienza. Per questo in FARO abbiamo cercato di collegare attività pratiche, laboratori, competenze, orientamento e relazione educativa. Quando costruisci un prodotto non stai soltanto completando un esercizio, stai osservando te stesso: come reagisci quando qualcosa non funziona, chiedi aiuto, abbandoni, provi un’altra soluzione? Ti piace guidare il gruppo o preferisci lavorare su una parte specifica? Sei preciso, sei creativo, sai spiegare, sai ascoltare, sai utilizzare uno strumento, ti incuriosisce impararne uno nuovo? Sono informazioni preziose: il prodotto finale è importante, ma il modo in cui sei arrivato a quel prodotto può raccontare ancora più cose su di te.
Anche le soft skill fanno parte del futuro
Qualunque professione sceglierai, difficilmente lavorerai completamente da solo: dovrai comunicare, collaborare, rispettare tempi, risolvere problemi, gestire errori, imparare cose nuove, presentare idee, ascoltare, accettare critiche, prendere decisioni. Sono competenze che non appartengono a una singola materia, e spesso cominciano a crescere proprio nelle situazioni in cui ti senti un po’ fuori dalla tua zona di sicurezza. Quando devi presentare un lavoro davanti agli altri non stai soltanto raccontando cosa hai fatto: stai imparando a dare valore a ciò che sai. Quando lavori in gruppo non stai soltanto dividendo i compiti: stai imparando a negoziare. Quando qualcosa non funziona e devi riprovarci, stai allenando una capacità che ti servirà molto più a lungo di quell’esercizio specifico.
E se davvero non sapessi cosa mi piace?
Allora partiamo da ciò che sai. Forse non sai quale professione vuoi fare, perfetto — ma sai dire quali situazioni ti fanno stare bene, quali materie ti incuriosiscono, quali attività ti fanno perdere la cognizione del tempo? Quando qualcuno ti chiede aiuto, per cosa te lo chiede? Che cosa impari più velocemente degli altri, e che cosa invece ti costa moltissima fatica? Preferisci creare qualcosa da zero oppure migliorare qualcosa che esiste già? Preferisci persone, numeri, immagini, parole, macchine, natura, tecnologia, movimento? Ti piace avere regole precise oppure inventare? Preferisci risolvere problemi o raccontare storie? Già rispondere a queste domande significa cominciare: non stai scegliendo un lavoro, stai costruendo una mappa di te stesso.
La settima sfida FARO: 60 secondi, tre frasi, niente “non lo so”
Questa volta la sfida richiede immaginazione. Prenditi un momento, immagina di avere cinque anni in più — non venti, solo cinque: se oggi ne hai dodici, ne hai diciassette, se ne hai quindici ne hai venti. Non devi immaginare una vita perfetta, devi immaginare una vita possibile: dove sei, stai studiando o lavorando o entrambe le cose, con quali persone, cosa sai fare che oggi non sai ancora fare, come passi le tue giornate, cosa ti rende orgoglioso? E soprattutto chiediti: che cosa non vorresti assolutamente essere diventato? Anche questa risposta conta.
Apri una nota sul telefono oppure prendi un foglio: hai sessanta secondi per completare tre frasi — «tra cinque anni vorrei saper fare…», «tra cinque anni vorrei essere diventato una persona che…», «tra cinque anni non vorrei assolutamente ritrovarmi…». Una regola: non puoi scrivere «non lo so», non perché tu debba sapere davvero la risposta, ma perché per sessanta secondi vogliamo obbligarti a scegliere un’ipotesi. Puoi cambiarla domani, puoi cancellarla, puoi riderne tra cinque anni quando la rileggerai: non importa, devi soltanto iniziare.
Ma la sfida non finisce qui: scegli una delle cose che hai scritto e chiediti qual è il primo passo. Se hai scritto «vorrei saper creare videogiochi», «diventare programmatore» è troppo grande — potrebbe essere capire come funziona un semplice ambiente di programmazione. Se hai scritto «vorrei lavorare con gli animali», il primo passo potrebbe essere parlare con qualcuno che lo fa davvero. Se hai scritto «vorrei disegnare bene», inizia a disegnare con metodo. Se hai scritto «vorrei avere un’attività mia», comincia a capire come funziona un’impresa. Se hai scritto «vorrei aiutare le persone», scopri quante professioni diverse permettono di farlo. Se hai scritto «vorrei lavorare con i computer», sappi che quella frase contiene decine di mondi diversi: esplorali. La sfida è trasformare una frase vaga in una piccola azione concreta da realizzare nei prossimi sette giorni — una sola.
Parla con qualcuno che ti conosce
Poi aggiungiamo un ultimo livello: mostra le tre frasi a una persona che ti conosce bene — un genitore, un insegnante, un educatore, un tutor, un orientatore, un amico capace di prenderti sul serio — e chiedigli: «secondo te, qual è una cosa che so fare bene e che io non sto vedendo?». Poi ascolta: non devi essere d’accordo, ma potresti perfino scoprire che gli altri vedono in te qualcosa che tu consideravi normale — «sei bravo a spiegare», «sai coinvolgere le persone», «hai molta pazienza», «sei preciso», «quando c’è un problema trovi sempre una soluzione», «hai fantasia», «sei bravo con i bambini», «capisci subito come funzionano le cose». Sono indizi: raccoglili. L’orientamento funziona anche così, non con qualcuno che decide il tuo futuro al posto tuo, ma con persone che ti aiutano a vedere meglio le possibilità.
E se tra un anno cambi idea?
Ottimo: significa che hai scoperto qualcosa. Cambiare idea dopo aver fatto esperienza non è necessariamente essere indecisi, può significare essere diventati più consapevoli.
Il problema non è modificare il progetto — i progetti cambiano — il problema è non averne mai nemmeno uno provvisorio perché si ha paura di sbagliare.
Una direzione provvisoria ti permette di muoverti, e mentre ti muovi raccogli nuove informazioni; poi puoi correggere. È molto più difficile orientarsi rimanendo completamente fermi.
Torniamo alla domanda iniziale: fra cinque anni, dove sei?
Non lo sai, nemmeno noi, e va bene: forse farai qualcosa che oggi non hai mai sentito nominare, forse scoprirai una passione tra sei mesi, forse cambierai scuola, forse incontrerai qualcuno che ti farà vedere una possibilità che oggi non riesci nemmeno a immaginare.
Ma c’è una cosa sulla quale puoi intervenire già adesso: puoi decidere se arrivare a quel futuro semplicemente aspettando che succeda qualcosa, oppure cominciare a costruire gli strumenti per scegliere.
Questa è la settima sfida di Discussione Aperta — FARO. Non devi decidere oggi che cosa farai per tutta la vita, sarebbe assurdo chiedertelo; devi però iniziare a osservarti, provare, sbagliare, scoprire, fare domande, acquisire competenze, parlare con chi può orientarti, e soprattutto smettere di pensare che il futuro sia qualcosa che inizierà improvvisamente quando sarai adulto. Perché mentre leggi questo articolo il tuo futuro è già cominciato: ogni competenza che scegli di imparare, ogni esperienza che accetti di fare, ogni volta che provi qualcosa invece di decidere in anticipo che non fa per te, ogni persona alla quale chiedi consiglio, ogni errore dal quale impari — sono piccoli pezzi di quel futuro. Quindi no, non ti chiediamo più «cosa vuoi fare da grande?». Ti lasciamo con una domanda molto più difficile: «che cosa sei disposto a iniziare a fare oggi per scoprire chi potresti diventare domani?».