Quando stare da soli smette di essere una scelta?

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Avere bisogno dei propri spazi è normale. Ma cosa succede quando iniziamo a evitare persone, esperienze e occasioni perché fuori dalla nostra stanza tutto sembra troppo complicato?

«Oggi non mi va di uscire»: ci sta. «Preferisco stare un po’ da solo»: normalissimo. «Non ho voglia di vedere nessuno»: può capitare. Non dobbiamo trasformare ogni pomeriggio passato in camera, ogni serata davanti a una serie o ogni momento in cui abbiamo bisogno di stare soli in un problema: stare da soli può essere bellissimo, può servire per riposare, pensare, ascoltare musica, disegnare, giocare, leggere, creare qualcosa o semplicemente non dover parlare con nessuno per qualche ora. Il punto non è questo. La domanda di oggi è più scomoda: stai scegliendo di stare da solo, oppure hai cominciato a evitare tutto ciò che potrebbe metterti in difficoltà? Perché sembrano la stessa cosa, ma non lo sono affatto.

«Sto bene da solo»

Perfetto — ma proviamo a capire cosa significa. Se stai bene da solo e, quando vuoi, riesci anche a stare con gli altri, partecipare, conoscere persone, provare esperienze nuove e affrontare situazioni che non controlli completamente, probabilmente la solitudine è semplicemente uno dei tuoi spazi: hai bisogno di stare con gli altri e hai bisogno di stare con te stesso, ed è equilibrio. Ma immagina una situazione diversa: ti invitano da qualche parte e la prima risposta che ti viene in mente è «no»; c’è un’attività nuova e pensi «non mi interessa»; un gruppo che non conosci bene e ti dici «non ci vado»; devi presentarti davanti agli altri e la risposta è «assolutamente no»; qualcuno ti propone un laboratorio, uno sport, un corso, un evento e pensi «che noia». E lentamente inizi a costruire intorno a te un mondo nel quale fai quasi esclusivamente le cose che conosci già, con le persone che conosci già, negli ambienti che controlli. Può sembrare tranquillità, ma qualche volta è semplicemente paura organizzata molto bene.

È davvero noia?

«Non mi interessa» è una frase potentissima, perché chiude quasi ogni conversazione: perché non vuoi partecipare? Non mi interessa. Perché non vuoi provare? Non mi interessa. Perché non vuoi conoscere quelle persone? Non mi interessa. Fine. Ma qualche volta dietro “non mi interessa” possono esserci frasi completamente diverse: «ho paura di non essere bravo», «non conosco nessuno», «ho paura che mi prendano in giro», «non so come comportarmi», «e se rimango da solo?», «e se tutti sono migliori di me?», «e se faccio una figuraccia?». Dire tutto questo è difficile, dire «non mi interessa» è facilissimo — e così, senza accorgercene, possiamo iniziare a chiamare disinteresse ciò che in realtà è insicurezza.

La comfort zone è davvero così comoda?

Probabilmente hai già sentito parlare della famosa “comfort zone”, raccontata spesso malissimo, come se per crescere dovessimo essere continuamente sotto pressione, affrontare ogni paura, parlare davanti a cento persone e fare ogni giorno qualcosa di assurdo. Non funziona così: tutti abbiamo bisogno di luoghi nei quali sentirci al sicuro. Il problema arriva quando quel luogo diventa sempre più piccolo — prima non vuoi andare a una festa, poi non vuoi partecipare a un’attività, poi eviti una persona, poi un gruppo, poi qualsiasi situazione nuova. Ogni volta che eviti qualcosa che ti mette in difficoltà provi un piccolo sollievo, «meno male, non devo andarci», ed è proprio quel sollievo che può ingannarti: il cervello impara velocemente che quella situazione faceva paura, l’ho evitata, mi sono sentito meglio, la prossima volta la eviterò ancora. Il problema è che, mentre la paura sembra diminuire, anche il tuo mondo può cominciare a restringersi.

E il digitale rende tutto più facile

Qui entra in gioco il telefono, perché oggi puoi stare fisicamente da solo senza sentirti completamente scollegato dal mondo: puoi giocare con altre persone, guardare cosa stanno facendo, scrivere, mandare vocali, entrare in una community, seguire una diretta, scorrere centinaia di vite in pochi minuti. Ed è una possibilità straordinaria: per molti ragazzi il digitale permette di trovare persone con gli stessi interessi, soprattutto quando nell’ambiente immediatamente vicino è difficile farlo, e può aiutare anche chi è timido a fare il primo passo. Ma c’è un’altra faccia: il digitale può permetterci di avere una parte della relazione senza affrontare tutta la sua complessità. Se la conversazione diventa difficile, puoi chiuderla; se qualcuno non ti piace, puoi bloccarlo; se non sai cosa rispondere, puoi aspettare; se una tua foto non ti convince, puoi sceglierne un’altra; se non vuoi parlare, puoi mettere una reaction. Nella vita reale è più complicato: non puoi modificare il tuo viso prima di entrare in una stanza, non puoi mettere in pausa una conversazione per venti minuti mentre pensi alla risposta perfetta, non puoi sempre controllare cosa penseranno gli altri. Ed è proprio questa imprevedibilità che può rendere le relazioni reali faticose — ma è anche ciò che ci permette di crescere.

Il rischio di diventare spettatori

C’è un’altra cosa che il digitale ci permette di fare molto bene: guardare. Guardiamo persone che viaggiano, fanno sport, disegnano, suonano, costruiscono cose, hanno amici, partecipano a eventi, sembrano vivere vite interessantissime; possiamo passare ore a guardare gli altri fare cose e alla fine sentirci perfino stanchi, come se avessimo partecipato — ma non abbiamo fatto niente. È un rischio strano della vita digitale: possiamo diventare spettatori molto informati della vita degli altri e protagonisti sempre meno attivi della nostra. Sai tutto di quella persona che segui, il suo stile, le sue battute, i suoi viaggi, i suoi interessi. Ma tu? Qual è stata l’ultima cosa nuova che hai provato — non guardato, non salvato, non messo tra i preferiti: provato?

«Ma fuori mi sento fuori posto»

Questa è una sensazione molto più seria: entrare in un gruppo e sentirsi quello sbagliato, quello meno interessante, quello che non sa cosa dire, quello vestito diversamente, quello che non conosce nessuno, quello che pensa che tutti lo stiano osservando. È faticoso, e se hai già vissuto episodi di esclusione o bullismo può diventarlo ancora di più: il cervello ricorda, e se una situazione sociale ti ha fatto male può iniziare a proteggerti suggerendoti «non tornarci». È comprensibile, ma c’è una differenza tra proteggersi per un periodo e permettere a una brutta esperienza di decidere tutte quelle successive. Una persona ti ha escluso: non significa che lo faranno tutti. Un gruppo ti ha fatto sentire sbagliato: non significa che sarai sbagliato in ogni gruppo. Hai fatto una figuraccia: benvenuto nel club, la fanno tutti, solo che della nostra ricordiamo ogni secondo mentre quelle degli altri le dimentichiamo velocemente.

Forse gli altri non ti stanno guardando così tanto

Questa può essere una notizia liberatoria. Quando entri in una stanza e ti senti insicuro puoi avere l’impressione che tutti stiano osservando te — come cammini, come parli, cosa indossi, se dici qualcosa di stupido, se rimani in silenzio. Ma sai cosa stanno probabilmente pensando molte delle persone presenti? A se stesse: «come sembro?», «sto dicendo una cosa stupida?», «mi stanno giudicando?», «sono vestito bene?», «perché nessuno mi parla?». È quasi comico: una stanza piena di persone che pensano di essere giudicate da altre persone troppo impegnate a preoccuparsi di essere giudicate. Questo non elimina l’insicurezza, ma può ridimensionarla: forse non sei sotto un riflettore, forse sei semplicemente in mezzo ad altre persone che stanno cercando di capire come stare lì, esattamente come te.

Il problema di aspettare di sentirsi pronti

«Lo farò quando mi sentirò più sicuro»: attenzione a questa frase, perché potresti aspettare parecchio. La sicurezza raramente arriva prima dell’esperienza: arriva dopo aver fatto qualcosa diverse volte. La prima volta che parli davanti a un gruppo potresti essere terrorizzato, la seconda un po’ meno, la quinta inizi a capire come funziona, la decima magari scopri perfino che ti piace. Ma se aspetti di non avere più paura prima di iniziare, rischi di non iniziare mai. È uno degli aspetti che abbiamo osservato anche nelle attività di FARO: ragazzi che inizialmente dicevano «io questa cosa non la faccio» e poi provavano, magari male, magari parlando piano, magari guardando continuamente l’educatore, poi riprovavano — e lentamente succedeva qualcosa. Non diventavano persone diverse: scoprivano di poter fare qualcosa che avevano deciso in anticipo di non saper fare. È una differenza enorme.

Le competenze non crescono nella testa

Puoi leggere cento articoli sul public speaking, ma finché non parli davanti a qualcuno non stai davvero imparando a parlare in pubblico. Puoi guardare mille tutorial di disegno, ma finché non prendi una matita non stai disegnando. Puoi guardare video sullo sport, ma non stai allenando il tuo corpo. Puoi seguire persone che programmano, ma non stai imparando a programmare. Arriva sempre un momento in cui devi passare da «guardo qualcuno che lo fa» a «provo a farlo io», e quel passaggio contiene sempre un rischio: potresti non essere bravo, anzi la prima volta è molto probabile. Ma essere principianti non significa essere incapaci: significa semplicemente essere all’inizio.

La paura di essere scarsi

Forse è una delle paure che ci blocca di più: vogliamo essere bravi prima ancora di iniziare. Vediamo online persone che fanno qualcosa benissimo e dimentichiamo che probabilmente lo fanno da anni, poi proviamo — il nostro primo disegno fa schifo, il primo video è imbarazzante, il primo progetto non funziona, la prima presentazione è terribile — e pensiamo «non fa per me». Aspetta: hai confrontato il tuo tentativo numero uno con il tentativo numero tremila di qualcun altro, e non è un confronto molto intelligente. La domanda non dovrebbe essere «sono bravo?», ma «mi interessa abbastanza da provare una seconda volta?». Quella risposta racconta molto di più sul tuo possibile talento.

Quando stare soli diventa una gabbia

Torniamo alla domanda iniziale: come possiamo capire quando la solitudine sta smettendo di essere una scelta? Non esiste una formula perfetta, ma puoi osservare quello che succede alla tua vita. Se stare solo ti fa stare bene e poi riesci a tornare nel mondo, probabilmente quello spazio ti serve; se invece inizi a rinunciare continuamente a cose che in realtà vorresti fare, soltanto perché ti spaventano, vale la pena fermarsi. Se ti senti sempre più distante dagli altri, se le relazioni diventano esclusivamente digitali, se qualsiasi situazione nuova viene evitata, se hai paura costante del giudizio, se il tuo spazio personale sta diventando l’unico posto in cui riesci a sentirti al sicuro, allora forse non stai più semplicemente scegliendo la solitudine: la solitudine sta iniziando a scegliere per te. E questa differenza merita attenzione.

Non devi uscirne da solo

Anche qui dobbiamo evitare la solita frase «devi solo sforzarti». No: a volte serve sforzarsi, altre volte serve essere accompagnati. Se senti che l’isolamento sta diventando troppo grande, parlarne con un adulto affidabile, un educatore, un orientatore o un professionista non significa che qualcuno ti obbligherà improvvisamente a diventare il più socievole della classe. L’obiettivo non è trasformarti: è capire perché alcune situazioni sono diventate così difficili e trovare un modo graduale per riprenderti gli spazi che hai perso. Anche questo è orientamento — non significa soltanto scegliere una scuola o immaginare un lavoro, orientarsi significa anche capire chi siamo, cosa ci blocca, quali ambienti ci fanno crescere e quali competenze dobbiamo ancora costruire. È una delle ragioni per cui FARO mette insieme laboratori, esperienze, relazione educativa e orientamento: perché qualche volta scopri qualcosa di te proprio mentre stai facendo qualcosa che pensavi di non voler fare.

La sesta sfida FARO: fai una cosa che normalmente eviteresti

Adesso tocca a te, e questa volta la sfida non si può completare soltanto con il telefono. Pensa a una cosa che ultimamente hai evitato — non deve essere qualcosa di enorme: un’attività, una conversazione, un gruppo, un laboratorio, uno sport, una presentazione, un invito, una persona con cui vorresti parlare, qualcosa che, in fondo, una parte di te vorrebbe fare ma davanti alla quale la risposta automatica è sempre «no». Adesso chiediti: non voglio farlo davvero, oppure ho paura di farlo? Non barare: se semplicemente non ti interessa va benissimo, non dobbiamo fare tutto. Ma se scopri che dietro il tuo “no” c’è paura del giudizio, timidezza, insicurezza o paura di non essere abbastanza bravo, allora hai trovato la tua sfida.

Nei prossimi sette giorni fai un passo verso quella cosa. Non devi vincere la paura, devi soltanto smettere di lasciarle decidere tutto: se hai paura di parlare davanti agli altri, fai una domanda in un gruppo; se eviti un’attività perché non conosci nessuno, vai almeno una volta; se vorresti imparare qualcosa ma temi di essere scarso, fai il primo tentativo; se c’è una persona con cui vorresti parlare, salutala; se hai rifiutato un invito solo perché temevi di sentirti fuori posto, la prossima volta prova ad accettare. Piccolo, concreto, reale. Poi osserva cosa succede: potrebbe andare benissimo, potrebbe essere mediocre, potresti sentirti a disagio, potresti perfino pensare «non lo rifarò mai più» — va bene, perché la vittoria della sfida non consiste nel divertirti per forza, consiste nell’avere ottenuto un’informazione reale. Prima pensavi «non ce la faccio», dopo puoi dire «ho provato e adesso so com’è»: sono due mondi completamente diversi. E se hai bisogno di qualcuno accanto, chiedilo — anche questa è una competenza. «Vieni con me?», «mi dai una mano?», «la prima volta non voglio andarci da solo»: non c’è nessun premio speciale per chi affronta tutto senza supporto. Il vero obiettivo è arrivare progressivamente a fare più cose, non dimostrare continuamente di non avere bisogno di nessuno, ed è proprio qui che una comunità educativa può fare la differenza — un tutor, un educatore, un compagno, un orientatore, una persona che all’inizio rimane accanto a te e che, poco alla volta, può fare un passo indietro mentre tu ne fai uno avanti. Questa è autonomia: non fare tutto da soli, diventare progressivamente capaci di farlo.

Prima di chiudere, una domanda

Immagina la tua vita come una mappa: ci sono posti in cui vai, persone che frequenti, cose che fai, esperienze che conosci.

Adesso pensa a tutte le zone che hai cancellato perché ti fanno paura: quante sono?

E soprattutto, quante possibilità potrebbero esserci proprio lì — una nuova amicizia, una passione, una competenza, un talento che non hai ancora scoperto, una scuola alla quale non avevi pensato, un lavoro che oggi nemmeno conosci?

Forse niente, ma se non entri mai in quella parte della mappa, non potrai saperlo.

Questa è la sesta sfida di Discussione Aperta — FARO: non ti chiediamo di diventare estroverso, non ti chiediamo di amare le feste, non ti chiediamo di avere cento amici, e non ti chiediamo di smettere di stare da solo. Ti chiediamo qualcosa di molto più importante: assicurati che quando sei solo sia perché lo hai scelto tu, non perché la paura del giudizio, del fallimento o degli altri ha scelto al posto tuo. Perché stare da soli può essere libertà, ma quando inizi a rinunciare a tutto ciò che potrebbe metterti alla prova, quella stessa solitudine può diventare una gabbia. E la porta, qualche volta, non è nemmeno chiusa: la parte più difficile è semplicemente trovare il coraggio di provare ad aprirla.

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