Quanto dolore puoi nascondere dietro un “non è niente”?

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Quando minimizzare quello che provi sembra più semplice che trovare le parole per raccontarlo

«Che hai?» «Niente.» «Sicuro?» «Sì, tranquillo.»

Fine della conversazione. O forse no, perché qualche volta dietro quel “niente” c’è parecchio: una discussione a casa, una persona che ti ha ferito, qualcosa che succede a scuola, la sensazione di non essere abbastanza, un’amicizia che si sta rompendo, la paura di essere escluso, il tuo corpo che non ti piace, un futuro che non riesci a immaginare, una rabbia che non sai dove mettere. Oppure niente di così preciso — semplicemente stai male, e quando qualcuno ti chiede cosa succede rispondi «non è niente», perché è molto più facile così. Il problema è che dire che una cosa non esiste non la fa scomparire.

Siamo diventati bravissimi a nascondere

Ci sono cose che impariamo senza che nessuno ce le insegni: impariamo a sorridere quando non abbiamo voglia di spiegare, a rispondere “tutto bene” automaticamente, a cambiare discorso, e impariamo perfino a scherzare sulle cose che ci fanno più male. Online possiamo diventare ancora più bravi in questo: una storia, una foto, una canzone, un meme, una frase che capiamo soltanto noi — magari stiamo cercando di dire qualcosa senza dirlo davvero, come se volessimo contemporaneamente essere scoperti e rimanere nascosti. “Vorrei che qualcuno capisse, ma non voglio essere io a doverlo dire”: ti è mai successo? È una contraddizione molto umana. Vogliamo essere ascoltati ma abbiamo paura di parlare, vogliamo che qualcuno ci chieda come stiamo ma quando lo fa rispondiamo “bene”.

Perché è così difficile dire che qualcosa fa male?

Forse perché appena diciamo ad alta voce una cosa, quella cosa diventa reale: finché rimane nella nostra testa possiamo controllarla, o almeno ci sembra di poterlo fare. Se invece dici «mi sento solo», «quello che stanno facendo mi fa stare male», «non riesco più a gestire questa situazione», «ho paura», «non so cosa fare», all’improvviso qualcun altro lo sa, e questo ci rende vulnerabili. C’è poi un’altra paura, quella del giudizio: che penseranno di me? Mi considereranno debole? Lo racconteranno? Mi prenderanno meno sul serio? Penseranno che voglio attirare l’attenzione? Sono paure comprensibili, ma vale la pena farsi una domanda diversa: quanto ti costa continuare a nascondere tutto?

Essere forti non significa non sentire

Abbiamo costruito un’idea piuttosto strana della forza: essere forti significherebbe non piangere, non lamentarsi, non chiedere, non mostrare paura, risolvere tutto da soli. Ma se fosse esattamente il contrario? Prova a pensare alle persone che consideri davvero forti: sono quelle che non hanno mai avuto paura? Probabilmente no. Sono quelle che non hanno mai sbagliato? Impossibile. Forse sono semplicemente persone che, quando qualcosa è diventato difficile, hanno trovato il modo di affrontarlo — qualche volta da sole, qualche volta chiedendo aiuto. La forza non consiste nel non avere fragilità, consiste anche nel riconoscere quando una fragilità ha bisogno di attenzione.

«Passerà»

Può darsi: molte cose passano, una brutta giornata passa, una discussione passa, una delusione può passare. Ma non tutto passa semplicemente aspettando, e soprattutto non tutto deve essere sopportato fino a quando passa. Se una situazione continua, se il pensiero ritorna, se qualcosa comincia a modificare il modo in cui dormi, studi, mangi, esci, stai con gli altri o guardi te stesso, forse non serve chiederti soltanto «quando passerà?»: potresti chiederti «perché devo aspettare da solo che passi?». È una domanda molto diversa.

Quando il dolore diventa difficile da gestire

Dobbiamo parlare anche di una cosa più delicata: ci sono momenti in cui una persona può sentire una sofferenza emotiva così forte da cercare di trasformarla in qualcosa di fisico. Può comparire il pensiero di farsi del male — a volte per interrompere quello che si sente, a volte per provare qualcosa quando sembra di non sentire più niente, a volte per rabbia verso se stessi, a volte senza riuscire nemmeno a spiegare bene il perché. Se questa esperienza riguarda te, c’è una cosa importante da sapere: non devi dimostrare di riuscire a gestirla da solo, e soprattutto non devi trasformarla in un segreto da proteggere. Il primo obiettivo non è trovare immediatamente tutte le risposte, ma fare in modo che un adulto affidabile e competente sappia cosa sta succedendo — un genitore, un insegnante, un educatore, un professionista, una figura della comunità educante, qualcuno capace di aiutarti a fare il passo successivo. Puoi iniziare anche dicendo soltanto «c’è una cosa che mi sta facendo stare male e non so come parlarne»: non serve un discorso perfetto, serve iniziare.

Non trasformare il dolore in contenuto

Il digitale, in queste situazioni, merita particolare attenzione. Online possiamo trovare persone che hanno vissuto esperienze simili alle nostre, e questo può farci sentire meno soli; ma possiamo incontrare anche contenuti che normalizzano, spettacolarizzano o perfino trasformano la sofferenza in una specie di identità, ed è pericoloso. Tu sei molto più di quello che stai vivendo in questo momento: una difficoltà può essere parte della tua storia, ma non deve diventare il personaggio che sei obbligato a interpretare. Per questo il digitale può essere un punto di partenza, ma quando emerge una sofferenza importante deve esistere un ponte verso il mondo reale — è uno dei principi che abbiamo cercato di costruire anche nella Community di FARO. Puoi leggere, puoi iniziare una discussione, puoi trovare il coraggio di scrivere una domanda, ma poi può arrivare un momento in cui serve una persona: non un profilo, non un algoritmo, non cento commenti. Una persona.

E se fosse un tuo amico a confidarsi?

Qui le cose diventano difficili. Un amico ti scrive «non dirlo a nessuno» e poi ti racconta qualcosa di serio: cosa fai? La prima reazione potrebbe essere «devo mantenere il segreto, perché sei suo amico». Ma essere amici significa davvero mantenere qualsiasi segreto? Se una persona ti racconta qualcosa che ti fa pensare che possa farsi del male o essere in pericolo, non devi gestire quella responsabilità da solo: puoi ascoltarla, puoi non giudicarla, puoi starle vicino, ma devi anche cercare l’aiuto di un adulto affidabile. Forse inizialmente quella persona si arrabbierà — è possibile — ma c’è una differenza enorme tra tradire una confidenza e proteggere qualcuno quando la situazione è diventata troppo grande per due adolescenti. Essere un buon amico non significa diventare il terapeuta del proprio amico: significa anche sapere quando serve qualcuno più preparato di te.

«Ma io non voglio parlare con uno sconosciuto»

È comprensibile, e infatti non devi necessariamente iniziare da uno sconosciuto: puoi iniziare dalla persona che ti sembra più facile, anche una sola. Il problema è che qualche volta facciamo una cosa strana — raccontiamo dettagli molto personali online a persone che non abbiamo mai incontrato, e poi consideriamo impossibile parlare con un adulto che conosciamo. Forse perché online possiamo sempre scappare: chiudere la chat, bloccare, spegnere. Dal vivo dobbiamo restare dentro quella conversazione, ed è più difficile — ma proprio per questo può essere anche molto più importante.

Prova a cambiare una parola

La prossima volta che qualcuno ti chiede «che hai?» e la tua risposta automatica sta per essere «niente», prova a sostituirla. Non devi raccontare immediatamente tutto: puoi dire «non lo so», oppure «non mi va ancora di parlarne», oppure «c’è qualcosa, ma non so come spiegarlo». Vedi la differenza? “Niente” chiude la porta, queste risposte la lasciano socchiusa — e qualche volta basta questo.

La quarta sfida FARO: trova il tuo adulto

Questa volta non ti chiediamo di pubblicare nulla, non devi commentare, non devi raccontare un problema alla Community: la sfida è più personale.

Pensa a questa situazione — domani ti succede qualcosa che non riesci a gestire da solo, non una verifica andata male ma qualcosa di veramente importante, una situazione che ti spaventa, una sofferenza che diventa troppo pesante, una cosa che non sai come affrontare — e adesso rispondi:

chi chiameresti? Devi trovare almeno una persona adulta, non quella che dovrebbe essere la risposta corretta, quella che chiameresti davvero.

Hai un nome? Bene.

Adesso arriva la parte difficile: quella persona sa di essere qualcuno di cui ti fidi? Forse no. Nei prossimi sette giorni prova a creare un’occasione per parlarle: non devi confessare nessun grande segreto, puoi semplicemente iniziare a costruire quella relazione, perché le persone alle quali chiediamo aiuto nei momenti difficili è meglio non doverle cercare per la prima volta proprio quando tutto sta crollando. E se non riesci a trovare nemmeno un nome? Questa è la vera sfida: non convincerti che significhi che devi cavartela da solo, significa che devi costruire quel contatto — puoi iniziare da un insegnante, un educatore, un orientatore, un professionista o da uno degli spazi messi a disposizione dalla comunità educante di FARO.

La quarta sfida di Discussione Aperta — FARO non è raccontarci i tuoi problemi, è qualcosa di molto più concreto: assicurarti di sapere a chi potresti raccontarli se un giorno ne avessi bisogno. Perché “non è niente” qualche volta significa davvero niente, ma altre volte significa: «è qualcosa. Solo che non ho ancora trovato il coraggio, le parole o la persona giusta per raccontarlo».

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