Quando “tutto bene” diventa la risposta più facile per non spiegare come stai veramente
«Come stai?» «Bene.»
Domanda fatta, risposta data, conversazione finita: facile. Solo che qualche volta non è vero. Magari hai risposto «bene» mentre eri arrabbiato, oppure mentre avevi la testa piena di pensieri; magari avevi litigato con qualcuno, ti sentivi escluso, avevi paura di qualcosa, o semplicemente non riuscivi nemmeno tu a capire bene cosa stessi provando. Eppure hai detto «tutto bene». Perché? Forse perché spiegare come stai davvero richiede tempo, forse perché non vuoi essere giudicato, forse perché pensi che gli altri abbiano già i loro problemi, forse perché non vuoi sentirti dire «ma cosa vuoi che sia?». Oppure perché hai imparato una regola non scritta ma molto diffusa: mostrare che qualcosa ti fa male significa mostrarsi deboli. Ma siamo sicuri che sia davvero così?
Quanto sei bravo a sembrare quello che non sei?
Sui social siamo diventati bravissimi a scegliere cosa mostrare: la foto giusta, il momento giusto, la faccia giusta, la canzone giusta, la frase giusta. Se una foto non ci convince la cancelliamo, se un video non viene bene lo rifacciamo, se una giornata è stata terribile possiamo comunque pubblicare i dieci secondi in cui sembrava fantastica. Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato in questo: tutti scegliamo cosa raccontare di noi. Il problema comincia quando la versione che mostriamo agli altri diventa molto distante da quella che stiamo vivendo davvero — quando puoi pubblicare una storia mentre ti senti solo, ridere in un video cinque minuti dopo aver pianto, avere centinaia di persone che guardano quello che fai e nessuno con cui parlare veramente, scrivere “chill” mentre dentro di te non c’è proprio niente di tranquillo. Ed ecco il paradosso: mai come oggi abbiamo avuto tanti strumenti per raccontarci, eppure qualche volta sembra difficilissimo dire semplicemente «non sto bene».
«Non saprei nemmeno spiegare perché»
Va bene anche questo: non sempre esiste una causa precisa. A volte sappiamo perfettamente cosa ci sta facendo stare male — un problema a scuola, una relazione, la famiglia, il nostro corpo, un’amicizia che sta cambiando, qualcuno che ci prende di mira, la sensazione di non essere abbastanza, la paura del futuro — altre volte c’è soltanto una sensazione difficile da spiegare: ti svegli e non hai voglia, le cose che normalmente ti divertono sembrano meno interessanti, ti irriti facilmente, non vuoi vedere nessuno oppure vuoi stare continuamente con qualcuno perché appena rimani da solo cominci a pensare troppo, e magari non sai nemmeno dare un nome a quello che senti. Non è necessario avere subito una spiegazione perfetta: riconoscere una difficoltà non significa già saperla descrivere, e puoi partire anche da una frase semplice come «non so bene cosa mi succede, ma ultimamente non mi sento come prima». È già una frase enorme.
Il problema di dover essere sempre forti
C’è una cosa che facciamo spesso: confrontiamo quello che proviamo con quello che succede agli altri. «Ci sono persone che stanno peggio», diciamo, ed è vero — ma cosa dovrebbe significare? Se ti rompi un dito, il fatto che qualcun altro abbia una gamba rotta non fa improvvisamente sparire il tuo dolore. Con le emozioni facciamo però continuamente questo ragionamento: «non dovrei stare male», «non ho motivi per lamentarmi», «sono problemi stupidi», «devo farmeli passare». E allora accumuliamo, una cosa dopo l’altra, finché qualcosa che sembrava piccolo diventa enorme — non perché siamo diventati improvvisamente più deboli, ma perché abbiamo provato troppo a lungo a gestire tutto da soli.
E se gli altri non capissero?
È una paura reale: parlare significa rischiare che qualcuno minimizzi, rischiare una risposta sbagliata, rischiare di sentirsi dire «alla tua età che problemi vuoi avere?», oppure «pensa a studiare», oppure ancora «stai sempre con quel telefono, è quello il problema». Quando succede, la tentazione è semplice: non ne parlerò più. Ma una persona che non ha saputo ascoltarti non dimostra che nessuno saprà farlo — significa soltanto che devi trovare l’interlocutore giusto, un genitore, un insegnante, un educatore, un orientatore, un professionista, una persona adulta di cui ti fidi. E qualche volta il primo tentativo non funziona: questo non rende meno importante ciò che stai cercando di dire.
Il digitale può aiutarti a parlare, ma non deve diventare il posto dove nasconderti
È una delle cose che abbiamo osservato anche nel percorso FARO: qualche volta è più facile iniziare una conversazione dietro uno schermo, perché non devi sostenere lo sguardo dell’altra persona, hai più tempo per scegliere le parole, puoi scrivere qualcosa che a voce non riusciresti ancora a dire. È una possibilità importante, uno spazio digitale può diventare una porta. Il problema nasce quando diventa anche una stanza nella quale chiudersi — quando raccontiamo tutto a persone che non conosciamo e niente alle persone che potrebbero realmente aiutarci, quando pubblichiamo una frase sperando che qualcuno capisca senza essere capaci di dire direttamente «ho bisogno di parlare». Il digitale può essere il primo passo, ma qualche volta il secondo deve essere reale: una voce, una stanza, due persone, una conversazione.
Quando il dolore cerca una via d’uscita
Ci sono momenti in cui una sofferenza può diventare così intensa da trasformarsi nel desiderio di punirsi, farsi male o utilizzare il dolore fisico per cercare di controllare quello emotivo. Su questo dobbiamo essere molto chiari: non è una cosa da trasformare in una moda, una provocazione o un contenuto da condividere, e non è qualcosa che devi affrontare da solo. Se ti è capitato di pensare di farti del male, se lo stai facendo o se senti che potresti farlo, il passo importante non è riuscire a nasconderlo meglio: è coinvolgere una persona adulta affidabile e chiedere un aiuto competente, anche se ti sembra imbarazzante, anche se pensi che nessuno capirebbe, anche se una parte di te vorrebbe dire ancora una volta «non è niente». Perché proprio quando una situazione diventa difficile da raccontare, può diventare ancora più importante raccontarla.
E se fosse un tuo amico?
Facciamo il contrario: non sei tu a stare male, è un tuo amico. Ultimamente è diverso, parla meno oppure è molto più aggressivo, non viene più, si isola, scrive cose strane, dice che non gli importa più di niente. Tu gli chiedi «tutto bene?» e lui risponde «sì». Cosa fai? Non devi diventare uno psicologo, e soprattutto non devi assumerti da solo la responsabilità di risolvere i problemi di un’altra persona; puoi però far capire che hai notato, chiedere una seconda volta, dire semplicemente «guarda che se vuoi parlare io ci sono». E se quello che ti racconta è serio, o ti fa pensare che possa essere in pericolo, puoi coinvolgere un adulto affidabile anche se temi che inizialmente possa arrabbiarsi: essere amici non significa mantenere qualunque segreto, a volte significa avere abbastanza coraggio da non lasciare qualcuno solo con qualcosa di troppo grande.
La sfida più difficile finora
Le prime sfide di Discussione Aperta riguardavano soprattutto quello che succede intorno a te; questa volta cambiamo completamente direzione: non devi osservare gli altri, devi osservare te stesso.
Prendi il telefono, ma non aprire Instagram, TikTok o la chat: apri le note e scrivi
«in questo periodo la cosa che mi pesa di più è…»,
completando la frase con una sola regola — non scrivere quello che sarebbe più facile dire agli altri, scrivi quello che pensi davvero. Potresti scrivere una cosa enorme oppure apparentemente piccolissima, potresti anche scrivere
«non lo so» e continuare con «però ultimamente mi sento…».
Poi fermati: non devi pubblicare niente, nessuno deve mettere like, nessuno deve commentare, quella risposta appartiene solo a te.
Ma adesso arriva la vera sfida: rileggi quello che hai scritto, e se è qualcosa che puoi affrontare chiediti quale piccolo passo puoi fare; se invece leggendo quelle parole pensi «questa cosa mi pesa davvero», scegli una persona — una, non cinquanta follower, non un post criptico sperando che qualcuno capisca, una persona reale — e prova a dirle «ti devo parlare di una cosa».
Non devi nemmeno raccontare tutto immediatamente, puoi iniziare da lì; se non sai a chi rivolgerti, anche gli spazi educativi e di orientamento di FARO possono essere un punto da cui partire.
Questa è la terza sfida di Discussione Aperta — FARO: non ti chiediamo di essere forte, ti chiediamo qualcosa che qualche volta è molto più difficile — essere sincero con te stesso. Perché forse la prossima volta che qualcuno ti chiederà «come stai?», la risposta più coraggiosa non sarà «bene», ma «in realtà, ti posso parlare?».