Dietro uno schermo sei davvero più forte?

art 2

Quando l’anonimato ti fa dire cose che, guardando qualcuno negli occhi, forse non diresti mai

Proviamo a partire da una domanda che ognuno può farsi soltanto in silenzio: hai mai scritto online qualcosa che non avresti mai avuto il coraggio di dire alla stessa persona faccia a faccia? Non serve rispondere a noi, basta rispondere a te stesso. Un commento sotto una foto, una battuta nella chat della classe, una reaction cattiva, un messaggio mandato al gruppo sapendo bene che avrebbe fatto ridere tutti, uno screenshot girato senza chiedere permesso, una risposta particolarmente pesante durante una discussione: magari cinque minuti dopo tu avevi già dimenticato tutto, ma dall’altra parte dello schermo, forse, qualcuno no. È proprio da qui che vogliamo partire, perché online succede qualcosa di strano: possiamo sentirci contemporaneamente più liberi e meno responsabili. Lo schermo ci protegge, ma qualche volta ci nasconde anche da noi stessi.

Quando lo schermo cambia le regole

Immagina due situazioni parallele. Nella prima sei davanti a una persona, la guardi negli occhi e le dici: «Sei ridicolo, non ti sopporta nessuno». Nella seconda prendi il telefono, scrivi la stessa frase in una chat e premi invio. Le parole sono identiche, ma le due situazioni sembrano completamente diverse — e la ragione è semplice: quando hai qualcuno davanti puoi vedere immediatamente l’effetto delle tue parole, un sorriso che si spegne, uno sguardo che cambia, una persona che si arrabbia o che rimane in silenzio. Online quella parte scompare: vedi solo uno schermo, una foto, un nickname, una chat, e questo crea una distanza pericolosa tra quello che facciamo e quello che provochiamo. Non significa che diventiamo improvvisamente cattivi appena prendiamo in mano uno smartphone, significa che online diventa più facile dimenticare che dall’altra parte c’è comunque una persona vera.

«Era solo un commento»

Certo, era un commento. Ma prova a pensare a quante cose della tua giornata passano attraverso uno schermo: amicizie, discussioni, foto, relazioni, gruppi, scuola, musica, video, persone che ti piacciono, persone che non sopporti, giudizi, approvazione, esclusioni. Se una parte così grande della nostra vita passa attraverso il digitale, possiamo davvero continuare a pensare che quello che succede online sia meno reale? Una frase scritta in chat può fare male esattamente come una frase pronunciata in un corridoio, con una differenza non trascurabile: quella frase può restare lì, essere fotografata, condivisa, inoltrata, ripubblicata, mostrata ad altre persone. Una presa in giro fatta davanti a cinque persone finisce dopo trenta secondi; una presa in giro pubblicata online può continuare a circolare quando chi l’ha iniziata se ne è già completamente dimenticato.

Il coraggio del nickname

Poi c’è l’anonimato, totale o parziale: un profilo secondario, un nickname, un account falso, una chat in cui ci sentiamo protetti dal gruppo. E improvvisamente diventiamo molto coraggiosi — scriviamo, giudichiamo, attacchiamo, provochiamo. Ma fermiamoci proprio su questa parola: coraggiosi? Ne siamo davvero sicuri? Il coraggio, normalmente, significa esporsi, assumersi una responsabilità, dire ciò che pensiamo sapendo che dovremo sostenerne le conseguenze. Nascondersi dietro un account per insultare qualcuno è davvero coraggio, oppure è esattamente il suo contrario? Questa è una delle domande più scomode di FARO, e non serve rispondere come pensi che un adulto vorrebbe sentirti rispondere: vale la pena pensarci per davvero.

Online può uscire il peggio di noi

C’è un fenomeno che probabilmente hai già osservato: persone normalmente tranquille possono diventare molto aggressive online, discussioni banali degenerano velocemente, qualcuno scrive una cosa, un altro risponde, arriva una provocazione, poi un insulto, poi qualcuno fa uno screenshot e la discussione passa in un altro gruppo, finché dopo venti minuti nessuno ricorda più nemmeno perché fosse iniziata — ma ormai bisogna vincere. Questo è il punto: a volte online smettiamo di discutere per capire e cominciamo a discutere per vincere, e quando l’obiettivo diventa vincere, l’altra persona smette lentamente di essere qualcuno con cui confrontarsi e diventa semplicemente un avversario. A quel punto possiamo arrivare a dire cose che, a mente fredda, nemmeno pensiamo davvero, e la velocità peggiora tutto: scrivi, invii, arriva la risposta, invii ancora, screenshot, invii, reaction, invii — non c’è tempo per pensare. E invece una delle competenze digitali più importanti potrebbe essere proprio quella che sembra meno digitale di tutte: fermarsi.

Aspetta dieci secondi

Può sembrare ridicolo, ma prova: la prossima volta che qualcuno ti provoca online e senti immediatamente il bisogno di rispondere, non farlo. Aspetta dieci secondi, rileggi quello che hai scritto e chiediti: sto cercando di spiegare quello che penso, oppure sto cercando di ferire questa persona? Sono due cose completamente diverse. Puoi essere arrabbiato, puoi dissentire, puoi dire a qualcuno che secondo te sta sbagliando, puoi perfino decidere di non voler più avere rapporti con quella persona — ma non hai bisogno di distruggerla per farlo, e questa è una forma di forza molto più difficile da conquistare della semplice reazione istintiva.

E quando c’è il pubblico?

Nelle chat di gruppo entra in gioco un’altra dinamica potentissima: gli spettatori. Scrivi una battuta, arrivano cinque faccine che ridono, ne scrivi una più pesante, arrivano altre reaction, e improvvisamente non stai più parlando con la persona che hai davanti — stai facendo uno spettacolo per gli altri, e più ridono più alzi il livello. È lo stesso meccanismo che può accadere dal vivo, ma online diventa ancora più rapido, perché una reaction richiede un secondo: un’emoji e hai finito. Eppure anche quella faccina comunica qualcosa: dice a chi ha scritto “continua, ci piace” e dice alla persona presa di mira “noi siamo dall’altra parte”. Non serve scrivere un insulto per partecipare a una dinamica di cyberbullismo: a volte basta essere il pubblico che la rende divertente.

«Ma se non rispondo sembro debole»

Chi ha deciso che bisogna sempre rispondere a tutto? Qualcuno ti provoca e devi rispondere, qualcuno ti insulta e devi insultarlo più forte, qualcuno pubblica qualcosa e devi immediatamente replicare, altrimenti hai perso — ma perso cosa? Forse una delle forme più grandi di libertà digitale è proprio decidere a cosa non concedere la nostra attenzione. Non tutte le provocazioni meritano una risposta, non tutte le discussioni meritano il nostro tempo, non tutte le persone hanno diritto di decidere il nostro umore semplicemente scrivendo una frase su uno schermo. Essere capaci di non reagire automaticamente non significa essere deboli: significa essere tu a controllare il telefono, e non il telefono a controllare te.

Ma se sei tu quello dall’altra parte?

C’è però una situazione ben diversa da una singola provocazione: quando non stiamo parlando di un episodio isolato ma di qualcosa che continua nel tempo — messaggi, insulti, profili falsi, foto diffuse senza consenso, esclusioni organizzate, minacce, contenuti umilianti. In quel caso non devi dimostrare a nessuno di essere abbastanza forte da gestire tutto da solo: parlarne con una persona adulta di cui ti fidi non significa perdere, e conservare le prove di ciò che sta accadendo, chiedendo supporto, non significa essere deboli. Soprattutto non devi convincerti che, siccome succede online, sia meno importante: se qualcosa che accade attraverso uno schermo comincia a cambiare il modo in cui stai quando quello schermo lo spegni, quella cosa è reale. Ed è esattamente qui che uno spazio come FARO può diventare un ponte: puoi iniziare online, ma non devi necessariamente restarci — ci sono situazioni che hanno bisogno di una conversazione vera, con un orientatore, un educatore, un genitore, un insegnante o semplicemente un adulto capace di ascoltare. Chiedere quel passaggio non è una sconfitta: è una scelta.

La domanda che forse dà più fastidio

Immagina di eliminare improvvisamente ogni possibilità di anonimato: ogni volta che scrivi qualcosa online compare accanto al messaggio il tuo nome, la tua fotografia e una telecamera che mostra il tuo volto mentre lo stai dicendo. Scriveresti esattamente le stesse cose? Se la risposta è sì, sei almeno disposto ad assumerti la responsabilità delle tue parole; se la risposta è no, allora abbiamo una seconda domanda ancora più diretta: perché hai bisogno dello schermo per dirle? Forse non sei più forte quando sei online, forse sei semplicemente più lontano dalle conseguenze — e le due cose non sono affatto uguali.

La sfida FARO: sette giorni senza nasconderti dietro lo schermo

Questa volta 48 ore non bastano: ti sfidiamo per sette giorni. 

Ogni volta che stai per scrivere qualcosa contro qualcuno, fermati prima di premere invio — vale per un commento, un messaggio, una reaction, un meme, una risposta sarcastica — e fatti una sola domanda: 

«avrei il coraggio di dire esattamente queste parole guardando questa persona negli occhi?». 

Non una versione più gentile, non una versione modificata: esattamente quelle parole. Se la risposta è sì, assumitene la responsabilità; se è no, cancella. 

C’è però un secondo livello della sfida, molto più difficile: se durante questi sette giorni qualcuno viene attaccato in una chat e tutti cominciano a partecipare, prova a non seguire automaticamente il gruppo. 

Puoi non mettere la reaction, puoi non inoltrare, puoi cambiare argomento, puoi scrivere privatamente alla persona presa di mira, e se hai davvero coraggio puoi fare qualcosa che online sembra stranissimo: dire pubblicamente che si sta esagerando. Poi osserva cosa succede: forse qualcuno ti prenderà in giro, oppure potresti scoprire che altri stavano pensando esattamente la stessa cosa e aspettavano soltanto che qualcuno fosse il primo a dirlo. 

Questa è la seconda sfida di Discussione Aperta — FARO, e questa volta lasciamo a te la domanda finale: dietro uno schermo sei davvero più forte, oppure ti senti semplicemente più nascosto?

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *